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Music - Musicians - Interview | by Andrea Pintus in Music - Musicians on 17/06/2008 - Comments (0)

 
 
 
Meccaniche Invisibili, intervista ad Andrea Ponzano

Ho trovato nella cassetta della posta il cd delle “Meccaniche Invisibili” un giorno che non potevo più rimandare le pulizie di casa. Così, il primo ascolto, si è naturalmente amalgamato in modo distratto, ma sincero, al ritmo delle mie faccende... Questo l'inizio dell'incontro con Andrea Ponzano ideatore dell'omonimo progetto licenziato da Taboo records. Nell'intervista che segue, Andrea ci parla della sua formazione, delle sue passioni, della sua musica.

 
 

Ho trovato nella cassetta della posta il cd delle “Meccaniche Invisibili”, un giorno che non potevo più rimandare le pulizie di casa. Così, il primo ascolto, si è naturalmente amalgamato in modo distratto, ma sincero, al ritmo delle mie faccende.
Di difficile catalogazione, l’omonimo album ideato da Andrea Ponzano, arrangiato e suonato assieme a musicisti provenienti da diversi paesi - Pierluigi Petris, Carlos Duba, Federico Faggiani, Henry Lentino, Aurelio Diaz, Pepe Aragonese, Gabriel Hawkins Damasceno, Fabrizio Bollettieri, Michele Ranauro, Laura Larizza - mescola in modo articolato diverse suggestioni stilistiche, di cui almeno tre emergono con distinta chiarezza: il trip-hop, la bossa nova e la canzone cantautorale italiana.


SA: Ascoltando il cd mi sono venute in mente alcune associazioni musicali e mi chiedevo se fossero solo impressioni o se riflettano dei reali ascolti, delle concrete passioni o delle vere e proprie influenze. Ciò che mi ha colpito è che in parallelo mi sono venuti in mente tanto i Pink Floyd, quanto gli Africa Unite di Madaski e la canzone d'autore, in particolare i La Crus...

AP: Sì, il riferimento ai Pink Floyd, soprattutto ai Pink Floyd di Atom Hearth mother, è molto presente nel disco. Fanno parte della storia di Meccaniche invisibili forse più di qualsiasi influenza musicale. Sono un gruppo al quale io personalmente sono estremamente grato per ciò che ho potuto assorbire dalla loro musica, e per come hanno marcato il mio percorso umano e musicale. Gli Africa unite sono un gruppo che stimo ed ho ascoltato molto, e il riferimento a loro forse è più inconsapevole, ma non trovo strano che lo si possa cogliere nell' album, perchè hanno accompagnato con una presenza piuttosto notevole un buon periodo della mia vita. Invece consapevole è l’influenza dei Casino Royale, soprattutto per quanto riguarda il pezzo "sottosuolo", in cui però si alterna con quella dei Pink Floyd, che vi sono presenti forse più che in ogni altro pezzo. Altre influenze molto forti sono stati Nick Cave, soprattutto in "Al Macello", da qui forse anche il fatto che in molti trovano delle assonanze tra noi ed i La Crus, altro paragone che sicuramente ci inorgoglisce. Per la canzone d'autore Fabrizio de Andrè, di cui sento la mancanza in modo molto malinconico, è un compagno di baldorie e di canzoni sempre presente. Sempre.

SA: Mi sembra di capire, che Meccaniche Invisibili sia un progetto aperto a cui collaborano diversi musicisti; come nascono, quindi, i vostri pezzi?

AP: Non c' è un metodo preciso, a volte nascono da una melodia che ho in testa e che generalmente fischietto camminando, o guidando. Poi la melodia stessa mi suggerisce alcune parole, un verso, due, finché da lì poi creo la struttura di tutto il pezzo. Poi solitamente, finita la struttura, scrivo l'armonia e cerco un giro di basso il più possibile “groovoso” da far calzare sull'armonia e sulla melodia. Cerco sempre di fare in modo che le parole scaturiscano in maniera naturale. Quando mi rendo conto che sto costruendo un po' troppo lascio perdere per riprendere giorni, settimane, o anche mesi dopo, in modo da riprendere l'impulso iniziale, dal quale poi ricominciano a scaturire altre parole in maniera spontanea. Altre volte invece sono le parole e il loro suono a suggerirmi una melodia. Altre ancora, come per l'esempio della traccia "Truck", sono testo e melodia di altri compositori (N.d.R. Carlos Duba e Adrian Mellin), ai quali io cerco di dare un sapore e un carattere personale attraverso l' arrangiamento. Truck è nata come un blues in maggiore, scanzonato e veloce. L'ho riconcepita in modo da rallentarla molto, ho fatto cantare l'interprete, il bravissimo Carlos Duba, un'ottava più giù di come lui la cantava di solito, e ho spostato il tutto in minore per dare un sapore più malinconico al carattere del burbero camionista protagonista e voce narrante del pezzo. Il risultato è piaciuto molto anche all' autore, e così l'abbiamo registrata e inserita nell'album.

SA: Gli arrangiamenti dell’album sono veramente ben curati, complimenti...

AP: Grazie, sono contento che tu lo abbia notato, abbiamo cercato davvero di avere cura negli arrangiamenti. Molti pensano che il sound di un disco arrivi semplicemente da un buon mixaggio, e da una buona masterizzazione: il che è vero solo in parte, perchè per ottenere un buon mix, innanzitutto, è necessario aver curato l' arrangiamento. È questa la fase in cui cominci a dare ad ogni frequenza e ad ogni colore il suo posto, la sua prospettiva, il suo compito, oltre che il suo senso artistico. Se lo spettro sonoro non è riempito in maniera efficace sin dall'arrangiamento, e le voci si sovrappongono in maniera disordinata, o mancano elementi, non c'è molto che si possa fare, neanche nel miglior studio del mondo, con il miglior mixatore del mondo.

SA: In diversi pezzi emerge una grande cura nell’utilizzo dei “fiati”...

AP: Agli arrangiamenti dei fiati ho lavorato insieme al bravissimo Pierluigi Petris, la cui formazione artistica viene dal classico: diploma di chiatarra classica al conservatorio, jazz master con Filippo Daccò, collaborazioni con Alessandro Raina e Gennaro Cosmoparlato. I fiati rappresentano un capitolo a parte; abbiamo scelto di usare una sezione atipica, costituita dal trombone di Stefano Bollettieri, e da Pepe Ragonese alla tromba ed al flicorno. Abbiamo pensato che il flicorno al posto del sax (più consueto in una sezione di fiati tradizionale), potesse ammorbidire e rendere più “tappetosa” e vellutata la pasta sonora dei fiati, contribuendo al tempo stesso a creare una sonorità più originale.

SA: Questi musicisti sono da intendersi come parte integrante delle Meccaniche Invisibili?

AP: Petris fa parte del nucleo fisso di Meccaniche Invisibili assieme agli ottimi Marco Lori (batteria) e Davide Crespi (chitarra). Questi ultimi sono approdati a Meccaniche Invisibili soltanto dopo la registrazione del primo album, per questo non hanno potuto contribuire agli arrangiamenti, ma stanno dando un apporto importantissimo alla preparazione del live, e alla stesura di nuovi pezzi. Crespi ha un' anima un po' più “rockeggiante” rispetto al resto del gruppo, ed integra molto bene le sue parti di distorsioni allo stile dissonante e dilatato di Meccaniche Invisibili. Marco Lori invece viene da una cultura più jazzistica e fusion, data dalla gavetta nei locali jazz di Napoli. Diplomato al CPM di Milano risente di contaminazioni latine, soprattutto bossa nova. Marco ci permette di conciliare, nella parte ritmica, il nostro carattere "groovoso" all' esigenza di uno swing che non sia prevedibile.

SA: Musicalmente da dove vieni?

AP: La mia formazione artistica viene da esperienze diverse, non sempre ordinate: molta pratica da autodidatta, scuola di chitarra a Milano, Diploma di fonico a Londra, alla SAE, studio di armonia e chitarra al Centro di perfezionamento musicale CIGAM a Rio de Janeiro, una scuola di musica che applica il metodo della scuola di Berkely adattandolo all’analisi e allo studio della musica popolare brasiliana. E poi molti ascolti, soprattutto trip hop e musica brasiliana, in primo luogo samba: il samba di Rio de Janeiro, dove ho vissuto per molti anni, e che forse più di ogni scuola o libro ha influenzato il mio modo di concepire musica e arrangiamenti.

SA: Quali influenze del tuo percorso professionale senti più significative rispetto al progetto Meccaniche Invisibili?

AP: Ho lavorato per molti anni come sound designer e mixatore per il cinema, ed ho composto diverse musiche per video, da filmati di animazione a spot pubblicitari. L'esperienza del raccontare una storia attraverso il suono, che è poi, al di là degli aspetti meramente tecnici, ciò in cui davvero consiste il lavoro di mixare il suono di un film, o di crearne il disegno sonoro, ha influito molto nella mia formazione artistica. Ogni suono, ogni nota, ogni timbro, ogni accordo per me hanno la funzione fondamentale di sottolineare diversi momenti di un testo, o di una storia, accompagnando l'ascoltatore attraverso immagini, oltre che melodie. Si può dire che gli arrangiamenti e i suoni rappresentino per Meccaniche Invisibili quasi un subtesto alle parole di un pezzo. Così per esempio in "Truck" i fiati ricordano vagamente il passare di camion e auto in una strada fuori città, in “Finestra Rotta” il bandoneon ed i piatti richiamano il soffiare del vento, il battito del cuore in "Al Macello" suggerisce l'ostinazione di una vita che malgrado tutto continua a pulsare, anche se rabbiosa, o devastata, e in "Bandiera" il drum'n bass ed il pandeiro sincopati ed isterici potrebbero evocare i rumori schizzofrenici della guerra, fra raffiche di mitra ed esplosioni di bombe. Dico potrebbero perchè poi ognuno trova la sua chiave di lettura: noi vogliamo semplicemente insinuare nell'ascoltatore un parallelo che dia più forza al testo ed alla melodia, cercando però di evitare forzature didascaliche.

SA: Come vi collocate rispetto la scena musicale (italiana e non) attuale?

AP: Non saprei; è una domanda complessa, come complesso è il mercato musicale in questi tempi di cambiamenti. Posso dirti che è un ragionamento che cerchiamo di non fare a priori, per non correre il rischio di togliere spontaneità al processo di creazione. Se tu sai già che ti collochi da qualche parte di preciso, puoi cadere nella tentazione di comporre dentro a limiti precisi che siano coerenti con quella collocazione, mentre credo che una sfida sana sia quella di non seguire limiti, o quantomeno di liberarsene il più possibile, per muoversi in uno spettro di espressione che sia il più ampio possibile. Posso dire però che abbiamo avuto riscontri positivi da persone che frequentano generi musicali molto diversi fra di loro: dal trip hop, alla musica d'autore, al jazz, al pop più convenzionale.

SA: E' vero, le domande sui generi, i contesti e le scene musicali lasciano sempre il tempo che trovano. Rispondono probabilmente più ad un bisogno di sicurezza di chi scrive, più che ad un vero interesse di chi la musica la fa e di chi la musica l'ascolta. Prendendolo come un gioco, tuttavia, se ti chiedessi di farmi una cassetta da ascoltare in macchina, o mettere sù in casa con le cose che ascolti in questo momento, o che vorresti che io (in senso lato, in generale) ascoltassi, diciamo da 45'...

AP: Vediamo un po'.. Bhe, ti metterei sicuramente un pezzo di Meccaniche Invisibili, per sostenere la musica emergente! A parte gli scherzi:

- Pink Floyd, "Shine on you crazy dimond"; magari solo un collage delle parti strumentali, per lasciare spazio anche ad altro nei 45' - da sostituire eventualmente con la suite di "Atom Hearth Mother".
- Massive Attak, "RisingSon", dall'album "Mezzanine".
- Martinho Da Vila, "Desritimia"; un "sambinha" non può certo mancare!
- Fabrizio De André, "La ballata degli impiccati" dall'album "Tutti morimmo a stento".
- Rappa, "O que sobrou do ceu", possibilmente la versione tratta dall' acustico MTV, con la partecipazione speciale di Maria Rita.
- Bob Marley, "Roots Rock Reggae".
- Nick Cave, "Lament", dall'album "The good son".
- Casino Royale, "Ogni singolo giorno", dall'album "Sempre più vicini".
- Paolo Conte, "Vieni via con me".
- Manu Chao, "Mentira", dall'album "Clandestino".
- Los Hermanos, "Veja bem meu bem", dall'album ", o “Bloco do Eu sozinho"

Sì, direi che così, di primo o secondo acchito, pensandoci ma non troppo, questi sono i pezzi che a mio parere, se fossero ascoltati da tutti quanti, magari addirittura fin dalle prime nuotate nella pancia della mamma, contribuirebbero a creare un mondo migliore!

SA: Ascoltando i vostri pezzi, così come leggendo anche il modo in cui hai pensato a questa compilazione, si capisce che per te, per voi, la musica deve avere un ruolo veramente importante nella tua/vostra vita...

AP: Sì, la musica è molto importante per noi, e rappresenta, oltre al mezzo con cui cerchiamo di guadagnarci da vivere - cerchiamo, sottolineo, perchè non sempre è facile - una prospettiva sotto cui guardare le cose. Ieri ho letto una frase, non ricordo dove, in cui si affermava che la musica rappresenta quella parte di follia senza la quale sarebbe imprudente vivere. Ho trovato singolare questa definizione, soprattutto l'accostamento follia/prudenza, ma devo dire che mi ci ritrovo in pieno.

SA: E come gruppo, quali sono i vostri obiettivi a medio e lungo termine?

AP: Come band, a medio/lungo termine, abbiamo l'obbiettivo di far girare il più possibile il nostro album, e di suonare il più possibile dal vivo; poi ci sono già in cantiere parecchie idee per il prossimo album. Stiamo finendo di preparare il live, non è semplice riassumere un progetto di studio in cui hanno suonato un sacco di musicisti, in una performance live con un organico di quattro, ma ce la stiamo mettendo tutta, ed i risultati, a mio avviso, sono molto incoraggianti. Siamo quasi pronti, e speriamo di trovare posti dove poter suonare, o una buona agenzia di booking, per presentare il nostro lavoro su un palco, in modo da cominciare ad instaurare anche un rapporto diretto con chi vorrà seguirci.
Vorrei cogliere, se possibile, l' occasione per ringraziare Leonardo Ponzano e Fabrizio Gallo, che hanno curato il progetto grafico dell'album dedicandosi con molta creatività ad ogni dettaglio, illustrando ogni brano del disco con immagini e composizioni che catturano perfettamente l' idea e l' atmosfera di ogni pezzo. Direi che in questo caso il lavoro grafico è essenziale per la completezza dell' album, e fa parte dell' album stesso, più che rappresentarne meramente la copertina.
Non possiamo non ringraziare la Tabo Records, che ha abbracciato questo progetto fin dalle sue fasi embrionali, lasciando totale libertà di espressione.

 


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pen: Andrea Pintus

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