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Music - CD Reviews - Review | by SuccoAcido in Music - CD Reviews on 01/03/2003 - Comments (0)
 
 
 
Fabrice Charles/Michel Doneda/Gunter Muller, Fonica, Hood, Jacopo Andreini, Jimi Tenor, Karate, Kinetix, La Moscaceca, Logan, Loscil, Maisie, Mantler, Manuel Es, Marlene Kuntz, Mezz Gacano, Milaus, Miraspinosa, Morose, Nick Cave.

Fabrice Charles/Michel Doneda/Gunter Muller, Fonica, Hood, Jacopo Andreini, Jimi Tenor, Karate, Kinetix, La Moscaceca, Logan, Loscil, Maisie, Mantler, Manuel Es, Marlene Kuntz, Mezz Gacano, Milaus, Miraspinosa, Morose.

 
 

FABRICE CHARLES-MICHEL DONEDA-GUNTER MULLER  /  >Direct Chamber /   33revpermi 2002

confronto con

XAVIER GARCIA-GIANNI GEBBIA-NILS WOGRAM / Pronto! / Intakt 2002

----- Original Message -----

From: Calandrino

To: Gianni Gebbia

Sent: Wednesday, December 18, 2002 2:53 PM

Subject: tra i 2 un punto nivuru giocabile

Caro Gianni ho trovato un'anomala via esplicativa per parlarti di "pronto!", e l'ho trovata stamattina studiando ecologia microbica e ascoltando un lavoro ALTRO, risultante come un "Abele" del tuo/vostro album. trattasi di " > DIRECT CHAMBER" della 33revpermi (2002) in cui s'esprimono: Fabrice Charles, Michel Doneda, Gunter Muller. guarda caso, anzi sarebbe meglio [-ascolta caso-], l'album è anch'esso del 2002 e i musicisti suonano le stesse strument'azioni di "pronto!".con una lieve differenza d'ancia (che ti rivelo con i fonts MAIUSCOLI in sottostante rigo).

F. Charles: trombone

M.Doneda: SOPRANO sax e sopranino

G.Muller: electronique

La similitudine o metafora con i due fratelli "Caino" (pronto!) e "Abele" (>direct chamber) mi è sorta così nella medesima casualità dell'accomunanza natami fra i 2 Cd. Trovando una sempre più forte essenza stilistica METAFORAcea. Noto nel vostro lavoro un'anima + aperta alla storia nel comporre istantaneamente. Una voglia, ben materializzata, di riprendere discorsi già conosciuti e intrapresi in certe storiche azioni da (come nota il libretto) ayler (ma di certo non il primo ma cuello, aimè, più vicino già alla morte), George Lewis, azzardando anche l'art ensemble of chicago....insomma si tocca molto ma molto la "NEW THING" addizionata da certe de3zze odierne, des3zze conferite soprattutto dal modo molto esplicito d'intervenire di Xavier Garcia a differenza di Muller. ">DIRECT CHAMBER" è certo + monotono, ma più interiore. Un karma essenzialmente nordico, mistico, puro=>Abele appunto. A differenza di "pronto!" che fa respirare una gioia mediterranea, solare e perciò per mio punto di vista + traditrice + malandrina =>Caino appunto. Capisco che può risultarti una troiana modalità di parlare di un album, andando ad attaccare un lavoro altro. Credo comuncue di averti fatto ben capire, tra il telefono e tali e-scripte, i miei + profondi effusi. Con stima da dito.

Francesco Calandrino

FONICA / Ripple / Tomlab

MANTLER / Sadisfaction / Tomlab

Due uscite su Tomlab; una recentissima e l’altra risalente a qualche mese fa. Differenza non solo temporale, ma anche musicalmente parlando per i dischi in questione. Ripple dei Fonica è il debutto europeo per l’etichetta tedesca da parte di questo duo male/female dagli occhi a mandorla. Quello dei Fonica è un glitch gentile dai tratti somatici riconducibili ai (sopravvalutati?) Mum ed al genio senza limiti di Fennesz. Elettronica fatta di tappeti ambient e chitarre acustiche con gli inevitabili rumorini del caso. Otto tracce da ascoltare come preludio ad una serata fatta di vino, un buon film e senza troppe pretese. Con Mantler invece ci allontaniamo di tanto dalla politica Tomlab. Canadesi, al secondo album (primo per la Tomlab). Sadisfaction è la cosa che più si avvicina alla grazia che fu del Robert Wyatt solista, qui l’elettronica lascia il posto a vellutate armonie di rhodes, oblique e sentimentali, proprio come ci ha insegnato il "vecchio" di Canterbury. Per capire nel profondo Sadisfaction basta soffermarvi sulla prima "You, Were Free" (Wyatt che più Wyatt non si può) e sull’ultima "I’ve Been Destroyed" (un hip hop tutto sregolato). Questi sono i punti cruciali dell’album, due estremi che unendosi creano una linea retta fatta anche di Arab Strap ("Marnie") ed Alluminum Group ("Private Doubts"). Con Sadistaction il piacere è assicurato.

Gianni Avella

HOOD / Compilations 1995 - 2002 (CD) / Singles Compiled (2CD) / Misplaced music

Tre cd nuovi degli Hood, anche se di roba vecchia, non sono cosa da tutti i giorni. Cinque album (di cui tre su Domino) in oltre un decennio di attività sembrerebbero una media scarsina, se non si tenesse conto delle ore e ore di frattaglie musicali sparse negli interstizi su compilations e 7". La produzione "minore" del gruppo di Norfolk costituisce una parte cospicua del totale, ed è fondamentale per comprendere i cambiamenti di stile (anche radicali) tra album e album: dal minimalismo new wave alla Warsaw degli esordi al lo-fi consapevole dei primi due LP, allo space-rock vagamente "dub" del periodo Domino fino all'attuale sterzata verso le contaminazioni hip-hop (nel senso Antipop Consortium del termine) ed elettroniche (nel senso Warp del termine) di Cold House e dei due EP che l'hanno accompagnato. Avendo quasi sempre dato a qualsiasi etichetta lo chiedesse (comprese le tape labels più sfigate) uno o più pezzi inediti, è facile intuire come gli Hood abbiano instillato nei pochi ma invasati fans il germe del collezionismo disperato, che spinge il prezzo Ebay dei loro 7", sempre stampati in edizioni ultralimitate e spesso personalizzate, a livelli da rarità di Elvis o dei Beatles. Per porre un giusto freno a tale paradosso di mercato, che convoglia denari spesi per gli Hood in tasche non loro, la famiglia Adams ha così deciso di raccogliere tutto questo ben di dio e consegnarlo alla posterità in formato digitale. L'operazione ha un precedente in Structured Disasters, che copriva (in modo molto meno rigoroso) il periodo pre-1995, ed aiuterà l'attento filologo nei suoi studi senza costringerlo a degenerare allo stato di triste, povero e frustrato collezionista. Per la verità, lo stesso attento filologo, se operasse una facile comparazione tra le tracklists di queste raccolte e la discografia completa degli Hood così come è consultabile presso il sito ufficiale hoodmusic.net, si accorgerebbe presto delle esclusioni più o meno inspiegabili: su tutte la splendida "forced indignation" dallo split con gli Hem (ahhh, gli Hem...) e un altro paio di pezzi che comunque si potrà scaricare dal sito stesso, seppur nell'empio formato mp3. Manca anche la versione di "silo crash" che si trova sul 7" "a harbour of thoughts", che pure è tra i singoli raccolti, e altre cosette che non cito per non tediare i sani di mente. Ciò di cui si sente davvero la mancanza è, a questo punto, una raccolta di tutti i pezzi usciti su compilations in cassetta tra il 1992 e il 1997, roba davvero introvabile quantificabile intorno alla ventina di brani inediti, se si lascia fuori lo split coi Meredith. È possibile che la band ne nutra una motivata vergogna, essendo il materiale su queste raccolte già sufficientemente "lo-fi" per i gusti di chiunque (nota tecnica: "singles compiled" è stato masterizzato direttamente da vinile perché neanche gli Hood sanno dove sono finiti i master). Si metta agli atti che ho volutamente tralasciato ogni giudizio di natura estetica: l'approccio verso una raccolta di rarità può solo oscillare tra il fideistico/agiografico e l'acritico/filologico, o si accetta per fede o si studia senza discutere. O entrambe le cose. Resta sottinteso che i 5 album degli Hood sono presupposto fondamentale all'ascolto di questi, e merita pernacchie chi ne prescinde.

ONQ

JACOPO ANDREINI / VS 900 (vol.1) / Frigorifero Prod.

Jacopo Andreini contro la musica del 900. Per questa modesta impresa, il compositore pistoiese ha chiesto aiuto a gran parte dei personaggi con cui ha intessuto rapporti mafioso-artistici negli ultimi 10 anni della sua multiforme attività e, per quel che ne so, questo è il primo delle sue svariate dozzine di dischi su cui abbia lavorato per più di un pomeriggio. Va da sé che mi aspettassi molto da questo lavoro di cui sentivo parlare da ormai un paio d'anni, nel corso dei quali tra l'altro incontravo il nome dell'Andreini sempre più spesso nelle cronache musicali accanto a quello di chiunque (Bruno Dorella e gli OVO, Rollerball, Bugo, François Cambuzat, Fabio Magistrali, Arrington de Dyoniso) e ricevessi sue cartoline sempre più deliranti da posti sempre meno probabili. In particolare, mi chiedevo se avrei ascoltato l'ennesimo pastiche di stili parodiati e per questo mai del tutto credibili (né creduti da Jacopo stesso) o se finalmente sarei stato sorpreso da composizioni nelle quali i modelli delle stesse non fossero puerilmente presi per il culo. Ed è con gioia che annunzio che le mie aspettative sono state esaudite: Vs 900 è un'orgia roboante e bastarda di zingari balcanici, negri di Chicago e bohemienne fatti di assenzio, dove per Novecento si intende la belle époque, le avanguardie, Erik Satie e un barbone avvinazzato che nel dopoguerra vomitava poesie sui marciapiedi di Pistoia. Andreini freejazza su tema, principalmente ma non esclusivamente, e lo sentiamo alla batteria e al sax (le sue specialità) mentre dirige senza troppo rigore i vari ottoni, fisarmoniche, violini, chitarra (poca, suonata dal vecchio Nicotina) e giocattoli vari. Il risultato è così compiutamente ubriaco da farmi rivedere le mie teorie personali su Jacopo, in particolare quella secondo la quale egli sarebbe incapace di produrre alcunché di propriamente compiuto, dato il suo approccio perpetuamente in divenire e mai sintetico verso la propria opera, e il conseguente pregiudizio secondo cui Jacopo va visto dal vivo, e Jacopo vivo batte 10 a 0 ogni sua registrazione. Vs 900 non fa il punto di un secolo, ma segna una meta (una delle tante) nel percorso creativo andreiniano, e ciò ne fa un piccolo miracolo global-pistoiese. Se il sottotitolo "vol.1" non è una puttanata, attendo con ottimismo il secondo capitolo.

ONQ

JIMI TENOR / Higher Planes / Kitty-Yo

Torna il biondo Jimi Tenor e, con questo "Higher Planes", nuovo lavoro pubblicato dall’etichetta berlinese Kitty-yo, cambia il colore della sua pelle. L’abile manipolatore sforna un disco che appare succulento, proprio come un buon piatto ben cucinato e ben condito. Meno elettronica, elemento che fin dagli inizi ha caratterizzato i suoni dell’artista finlandese, mentre cresce in modo proporzionale la voglia di jazz e funky, pur mantenendo come punto di riferimento imprescindibile la forma concisa della canzone pop. Il disco contiene in tutto 12 tracce pepatissime realizzate con la collaborazione di un organico di una trentina di musicisti, una vera e propria orchestra con un’ampia e corposa sezione fiati. "Higher Planes" è opera matura e senza dubbio sorprendente, forte di arrangiamenti curati e coinvolgenti, capace di arricchire il campionario del nostro come francamente non era facile aspettarsi. Si parte col groove sporco di "Cosmic Dive" e si prosegue con il pop sognante del brano eponimo, la sontuosa orchestrazione di "Trumpcard", la deliziosa fusion di "Good Day", le progressioni jazz-rock di "Dirty Jimi" e "Tapiola", il pop seducente di "Spending Time" e così via fino alla fine, mischiando senza remore le carte e rievocando Miles Davis, Quincy Jones e Funkadelic, ma pure il genio caleidoscopico di Frank Zappa e Prince. Un disco entusiasmante, godibile e altamente consigliato.

Guido Siliotto

KARATE / Cancel/Sing / Southern

KARATE / Some Boots / Southern

Il fatto che nessuno della redazione di SuccoAcido abbia trovato il tempo e la voglia di recensire le ultime due fatiche discografiche dei Karate, a distanza ormai di diversi mesi dalla loro uscita, può in qualche modo essere considerato un piccolissimo segnale di come la considerazione pressoché incondizionata di cui godeva il gruppo di Boston sia andata scemando nel tempo, specie dopo certe soluzioni ai limiti della fusion adottate in "Unsolved". Decido quindi di mettermi io a recensire sia l’ep "Cancel/Sing" che l’ultimo full lenght "Some boots" e a scanso di equivoci preciso subito che pur cercando di assolvere ai miei compiti di critico musicale in modo obiettivo, sarò in realtà mosso dal profondo desiderio di ergermi a paladino di Geoff Farina e compagni. Perché? Per più di un valido motivo. In primo luogo il disco che ha segnato un’innegabile svolta nel percorso musicale dei Karate e che già all’epoca fece storcere la bocca a qualcuno – "The bed is in the ocean" – beh, so che pochissimi saranno d’accordo con me, ma è il mio preferito dell’intera discografia della band: è vero, i primi due dischi dei Karate restano tuttora due gioiellini, ma il cd di "The bed is in the ocean" l’ho letteralmente consumato, è stato uno di quei rari casi in cui un disco è riuscito fin dal primo ascolto a dare forma e parole ai pensieri e all’umore che attraversavano le mie giornate in quel preciso momento della mia vita. E quindi se "Unsolved" non seppe ripetere il miracolo, deludendomi inevitabilmente un po’ non appena lo comprai, sono convinto che ciò non dipendesse totalmente dalla qualità del disco, pure senz’altro inferiore a quella dei suoi predecessori, ma soprattutto dal fatto che i miei pensieri e il mio umore nel frattempo erano andati altrove e non si accordavano più perfettamente alla musica dei Karate. Beh, il controverso e bistrattato "Unsolved" io di recente l’ho riscoperto (è più giusto dire "l’ho scoperto") e sono arrivato alla conclusione che è un bel disco, anzi, fate come me, mettetelo su come colonna sonora durante i vostri momenti di intimità (ci siamo intesi vero?) e poi fatemi sapere se mi sbaglio oppure no… Mi sto dilungando un po’, ma giusto per farvi capire che io sto scrivendo questa recensione (per la verità devo ancora iniziarla la mia recensione in senso stretto) sospinto più che altro dal legame affettivo che mi lega alle canzoni dei Karate. E vengo a "Cancel/Sing", che da fan fedele ho preso non appena uscito, finendo però per ascoltarlo non più di tre volte; e tuttora questo ep, in attesa di subire un eventuale processo di rivalutazione analogo a quello che ha coinvolto "Unsolved", mi lascia piuttosto indifferente (qui il mio ruolo di paladino proprio non regge più…). Ci troviamo di fronte a due tracce nelle quali la carica emo degli esordi viene diluita nel blues e il suono di "Unsolved" viene sospinto verso lidi vagamente post rock (lunghe parti strumentali portano la durata complessiva dell’ep a ben 26 minuti): in "Cancel" la chitarra si abbandona a fraseggi di chiara impronta jazzistica mentre nella più convincente "Sing" il basso e la batteria iniettano tensione ritmica al di sotto della voce di Geoff Farina, il quale sempre più spesso dà l’impressione non di cantare ma di dialogare con la propria immagine riflessa nello specchio. "Cancel/Sing" è un buon esercizio di stile, buono sì, ma pur sempre un esercizio di stile, e come tale ha avuto il grave demerito di tenermi alla larga da "Some boots" per vari mesi. Almeno fino a sabato scorso (15 febbraio), quando dopo aver visto i Karate dal vivo (gran bel concerto!) mi sono comprato il loro ultimo cd. Ed ecco che "Some boots" sta uscendo dalle casse del mio stereo, mentre io sono qui davanti a schermo e tastiera, e già il disco gode in partenza di tutta la mia simpatia visto che ho ancora nelle orecchie la prova live del gruppo. Ecco, questo è un altro buon motivo per difendere a spada tratta i Karate: sono un gruppo che vale la pena seguire dal vivo! Ma inizio a parlarvi di "Some boots", che sennò riprendo a divagare. Allora, si parte con "Original spies" – fantastiche le aperture di chitarra screziate da continue punteggiature ritmiche - si prosegue con "First release" - con la voce di Farina che si insinua splendidamente tra i fraseggi chitarristici - e si arriva ai movimenti jazzati di "Ice or ground?". Insomma, avete capito, un inizio con i fiocchi! Dopo per la verità i momenti criticabili ci sono – una "South" un po’ sonnacchiosa e la chitarra troppo invadente in "In hundreds" - ma c’è pure da segnalare un altro ottimo episodio come "Airport". Ancora una volta un disco eccellente, direi ideale per riempire le vostre giornate in attesa della prossima notte d’amore …che chiaramente sarà accompagnata in sottofondo dalle note di "Unsolved".

Guido Gambacorta

KINETIX / Possible Forms / N.A.D

N.A.D. cioè nova ars digitandi è una home label ideatrice e produttrice di cdr in tiratura limitata che Microsuoni di Murlo distribuisce. Ci tengo a sottolineare la provenienza perché tale operazione rende merito e costituisce vanto aggiuntivo per la nostra amata terra toscana. Se ve ne frega qualcosa degli sviluppi dei risultati che la ricerca elettronica in ambito estetico sta compiendo e compirà di qui a poco (e diciamo pure ha compiuto poiché orami questa storia sta radicandosi in tradizione e si cominciano a vedere gli effetti sia su scala massiccia, sia nel mondo del pop, sia nell’invasione sempre maggiore e benefica che sta prendendo campo nei musei, negli spazi espositivi e nei locali come anche nella ricerca teatrale).Certo questi fatti non interesseranno a tutti ma non potranno passare inosservati a coloro che negli ultimi anni hanno preso confidenza con le pratiche del self made digitale e con le estetiche ad esse relative. Certo al di là della suddetta doverosa presentazione questa doppia uscita di Kinetix intitolata Possibile forms non incontrerà certo il favore di chi non sa accostarsi ad un minimalismo elettronico e microtonico cosparso di silenzi come di droni rumorosi ipersaturi ed allungati, interferenze, sottili glitches e soliti clicks e beat che dire metronimici è ben poco. Certamente non dirà niente questo set di due cd (non è un semplice doppio album, starete capendo) a chi non presta la minima attenzione a operazioni concettuali di portata gigantesca. Nessuna idea nuova in realtà ma finora un'operazione del genere non ricordo fosse mai stata tanto precisamente e direi freddamente portante in una realizzazione musicale la quale può prestarsi all’ascolto casalingo come ad una forma di audio istallazione molto complessa. Certamente ne staranno lontani tutti coloro che non aperti mentalmente snobbano l’idea di confrontare il loro gusto e le loro convinzioni con materiali, azioni, idee e suoni piuttosto sperimentali. Di certo chi noon conosce o noon apprezza o noon è mai stato nemmeno un po’ incuriosito dai calibri dei nomi (ma soprattutto dalle musiche, dall’arte, e dalle ideee) di Thomas Brinkmann, Pita, Merzbow, Gunter, Nicolai, Ikeda, Oliveros, Xenakis, Scanner, Vainio, solo per citare quelli con cui ho maggiore confidenza e quindi credo i più famosi ed importanti, poiché ammetto di non essere un esperto, sarà indotto a credere che farà molta fatica a fruire questo strano polpettone così pomposamente presentato e pronto a frantumargli le orecchie, i ciglioni, i ciglioni e l’appetito. Invece non è vero. I nomi sopra citati sono solo una parte dei personaggi il cui lavoro è stato simpaticamente saccheggiato (campionando liberamente varie fonti digitali) da Kinetix per essere rielaborato e riproposto nel doppio cd set in questione. Il doppio album è formato da un cd argenteo contenente otto tracce senza titolo recanti strutture ritmiche ed elementi tonali, ognuna della durata identica di 5 minuti e venti. L’altro cd è bianco e reca lo stesso numero di tracce (8), della stessa durata di 5 minuti e venti, ma questa volta ogni traccia reca lunghi droni di un rumoroso digitale e frusciante. Entrambi i cd hanno lo stesso livello di picco (0 decibel ci informano le preziose ed esaustive note di copertina) così l’ascoltatore può regolare i volumi dei due relativi lettori dai quali ascolterà contemporaneamente i due dischi. Non solo…grazie alla scansione identica delle tracce l’ascoltatore potrà con svagante gioco combinatorio architettare infinite (in realtà sono finite e lascio a voi il semplice calcolo, ma chi sa cosa vuol dire mixare sa che ogni mixaggio può molto variare pur variando di poco anche una singola equalizzazione) nuove tracce o scegliendo egli stesso o lasciando strutturare al caso tramite la programmazione dei repeat e/o degli shuffle e/o dei random dei computer dei lettori cd. Ce ne sono state diverse di operazioni tipo questa, anche io qualche mese fa ascoltavo l’omonimo Reckenzentrum in doppia copia contemporaneamente su due lettori diversi. Provate anche voi …Anche Aphex Twin mixava due copie identiche dello stesso album di house durante un dj set…Se l’ho fatto io e lo ha fatto Aphex twin e chissà quanti altri l’anno fatto, potete farlo anche voi. Poi c’è anche chi fa leggere lo stesso disco (stavolta si parla di puro vinile) a due puntine diverse contemporaneamente…ma lì bisogna fare un sacco di fatica per costruirsi un braccetto a due puntine ed è meno divertente…comunque provate...vedete un po’ voi…sentite con le vostre orecchie. Inoltre…poi finisco, naturalmente…Riflettete sui dischi che verrebbero fuori da un’elaborazione di Possibile forms. Chessò : dischi, minidischi di 4 tracce , provate a produrli mixando e scegliendo, e poi fateli circolare e sentire, chissà quanti giudizi diversi, provate a iscriverli ad un concorso tipo ‘Possibili forme realizzate’, con la giuria giudicante magari, fatta di critici musicali, varia gente del settore, che risate, che stupide litigate, oppure con la giuria composta da coloro che hanno prodotto i dischi, chissà chi vincerebbe?

Giovanni Vernucci

LA MOSCACECA / S/T / Mellophonium Multimedia

Questo non potete proprio farvelo scappare, un pezzo d’antologia trash che tra 20 anni potrebbe farvi ridere come poche cose al mondo! Tra l’altro le musiche non sono poi così male, ma quando si sentono testi come: "Dammi un passaggio che ho perso il mio last train / devo inseguire il my dream per ritrovare lo sprint / because i’m crazy / cerco solo un po’ di happiness / because I’m crazy / perché adoro le differences / di tutti i my friends" o "In vino veritas… del vino / per caritas", insomma, neanche Gianni Drudi sotto Salvia Divinorum avrebbe scritto nulla di così funny e così cool e così beautiful. Ma dio bono. E si rimane ancora una volta sconvolti di fronte alla vertigine estrema dell’imprevedibile intelletto umanoide.

BakuniM

LOGAN / Love Said Gas / Psychotica

"Mettete per la prima volta nel lettore Love, said, gas e visualizzate così i Logan: un chitarrista che sembra non rendersi conto di ciò che gli accade intorno, alla ricerca del riff perfettamente obliquo da battere ripetutamente fino allo sfinimento, un bassista/cantante che lacera bassi e voce come se non fosse altra via d'uscita se non quella di vomitare dallo stereo, un batterista Sansone che sembra buttar giù lo strumento con tutti i Filistei...". Avete notato un certo cambiamento nel mio stile di recensore? Beh infatti col cazzo che ho scritto io questo micro-poema elegiaco. Si tratta di un puro, impudico esempio di velina dell'etichetta, destinata al recensore pigro che ama l'antica, dolce pratica del "non ascoltare mai un cazzo, limitarsi a copiare la velina". Se volete vi traduco in lingua fanfarellesca: "mettete per la prima volta nel lettore Love, said, gas e visualizzate voi stessi dopo averlo pagato: borse sotto gli occhi, voce alla ricerca della bestemmia adatta per sottolineare il fatto di aver rinunciato ad una stecca di diana blu per ascoltare un chitarrista che prova incessantemente ad essere uno degli Shellac senza riuscirci, un cantante senza voce che sopperisce di gola e un batterista come tanti ce ne sono in giro".

Fanfarello

LOSCIL / Submers /

Niente di speciale ma simpatico questo dischetto di trance senza ritmo: loops su loops, echi, rumori, filtrini, il tutto dedicato alla tragedia del sottomarino Kursk. Insomma non me la sento di dirne male, certo che se volete ascoltare cose del genere è meglio tornare a capolavori come "Electronic Meditation" dei Tangerine Dream o a "Irrlicht" di Klaus Schulze.

Fanfarello

MAISIE / Bacharach For President, Bruno Maderna Superstar! / Snowdonia

I Maisie sembrano arrivati, col loro quarto disco, a perfezionare ancor più il proprio stile che commistiona pulsioni sperimentali e ricerca formale, new wave colta e easy listening, malinconia e sberleffo. Il disco è una floridissima raccolta di Canzoni raffinate ed eleganti, spesso evanescenti grazie a una produzione tendente a mettere fuori fuoco strutture sonore impastate, per mettere in risalto un cantato sporco e forzatamente dilettantesco, tra cantatù e doccia fresca d'estate. Moltissime sono le idee nella scrittura e sorprendente la capacità di farle confluire tutte senza discrepanze in un continuum fresco e piacevolmente fruibile. Delle numerose tracce citerei le ombrose Listen it’s obsessive, I’m ashamed, Flight song #7 (molto Tuxedomoon), le quasi inquietanti Division 6 e Vigo oh oh, quest'ultima con un meraviglioso trattamento delle voci. E poi Dancing stone, tra bowie, belle & sebastian e hazelwood, Candies, che esprime la fascinazione per l'artificioso, senza dubbio uno dei pezzi più rappresentativi del gruppo con questa sua atmosfera lasciva e confortevole che è ormai un marchio di fabbrica inconfondibile. H.A.D.D., tutta nuances impalpabili, cantata in francese da Frank Lambert che gli da un tocco a là Gainsbourg, con quel suo magistrale arrangiamento di chitarre rende ancora più piacevole la seconda metà del disco, I am sad, ispirata al fascino sinistro dei fast food, di una leggerezza incantevole, rappresenta l'abbandono alla corruzione estetica. When i float sembra scritta da brian wilson in un momento di lucidità dato da assuefazione di xanax. Non mancano gli episodi più divertiti e arroganti come I am not a fucking vegetarian, ode alle dolcezza e generosità del maiale, Ambra and her fans che racconta delle effimere speranze di un padre, che induce pervicacemente la figlia allo showbusiness, sottolineata da melodie che rasentano lo struggente in un timido crescendo sentimentale, e Sipsysolly nella quale i nostri pensano positivo indossando paraocchi caleidoscopici che rendono sfavillanti le iridescenze del grigio, il cui ebete ottimismo viene però smorzato sul finire da una chitarra malinconica che va inaspettatamente in sospensione. Ribadisco, infine, il mio totale compiacimento verso questi audaci melomani, una delle poche concrete realtà musicali italiane da esportazione. E non dico tutto ciò solo perché ho una relazione segreta con Cinzia. Questo mio giudizio va aldilà di soffici lenzuola di seta e mutandine alla fragola.

Aldo Spavaldo

MANUEL ES / Blue Eyes / Gothic LTD

Scusate per il brutale ritardo e casini vari… Ritorniamo a recensire del buon vecchio vinile con un promo dell’italiana Gothic LTD Records. Una versione limitata di 500 copie per l’artista Manuel Es, rivolto agli amanti della techno-trance made in Italy (specialmente per i ragazzini capelli a spazzola e zampa).Il titolo è "Blue Eyes" (Occhi blu... il titolo è che dire!), remixato da Piero Zeta e lo stesso Manuel Es. Due tracce appunto techno-trance, che vorrebbero assomigliare alle sonorità trance del mercato europeo. Lato A vorrebbe essere la traccia estiva, lato B la traccia invernale. Goa è ancora molto lontana!

Etta'74

MARLENE KUNTZ / Senza Peso / Virgin

Un cielo con una macchia bianca e i tetti capovolti di una plumbea Berlino. Si presenta così "Senza peso", il nuovo atteso album dei Marlene Kuntz. Un disco forse decisivo per capire l’effettivo valore della formazione cuneese, chiamata a soddisfare le aspettative di quanti le si sono avvicinati grazie anche al precedente, vendutissimo "Che cosa vedi", che, come anche i sassi ricordano, era trainato dal duetto vocale fra Cristiano Godano e Skin nel singolo "La canzone che scrivo per te". Un cd che, stando alle dichiarazioni del quartetto, cercava di mettere insieme aggressività e fruibilità, purtroppo fallendo, giacché con esso i MK erano riusciti a sfornare la loro cosa peggiore. Con questi auspici, è con poca fiducia che ho aperto la confezione di "Senza peso". Alla produzione di questo nuovo lavoro ci sono Rob Ellis (amico di PJ Harvey) ed Head, e pare proprio che il loro lavoro sia stato determinante per l’ottenimento di quell’equilibrio tanto anelato dalla band. Si parte con "Sacrosanta verità", che affronta l’ascoltatore con un coinvolgente incedere tribale. Ed ecco un primo interessante aspetto di novità, che rende attraente anche la sensuale "Con lubricità": una batteria che non disdegna ritmiche quasi-funky, coadiuvata da un bel basso corposo come non mai. Da lì in poi, lo scorrere dei brani si presenta piacevole, con una folta presenza di riusciti pezzi quieti, dove sono gli intrecci di chitarre a fornire l’intelaiatura per il tessuto sonoro del brano: le ottime "Fingendo la poesia" e "Notte", ad esempio, ma anche "Schiele, lei, me" e "Danza", impreziosita quest’ultima da un bel lavoro sulle voci, registrate dal fido Marco L. Lega. Qui il quid novis sta nell’inserimento del violino, suonato da Warren Ellis dei Dirty Three (e membro fondamentale dei Bad Seeds), un esperimento che trova compiutezza in "Ricordo". Non manca neppure uno sguardo al passato, specie nel tributo ai Sonic Youth di "Ci siamo amati" e nel furore noise di "L’uscita di scena", che sembrano tratte da "Catartica" e "Il vile", ma pure in "Laura", quasi un estratto da "Ho ucciso paranoia". Da citare senz’altro anche il seducente singolo "A fior di pelle", lanciato dall’enigmatico video spesso in onda su Mtv, e la chiusura dell’album, una "Spora" di oltre 16 minuti – forse una delle loro improvvisazioni più sensate - dove sono vibrafono e piano di Rob Ellis a farla da padrone. In definitiva, sembra proprio che i MK abbiano (ri)trovato la retta via. Meno male.

Guido Siliotto

MARLENE KUNTZ / Senza Peso / Virgin

Accendo lo stereo. Inserisco il dischetto. Premo play. Il nuovo disco dei Marlene Kuntz si apre con un giro di basso che riporta dritti a Ligabue. Inizio a temere che la caduta di stile generata dal precedente "Che cosa vedi" non sia stato solo un incidente di percorso, bensì il sintomo di un’inarrestabile caduta libera. "Ci siamo amati" nutre la speranza che così non sia. Ma poi arrivano "Notte", "A fior di pelle" (con un ritornello alla Modugno e passaggi vocali di ferrettiana memoria, quindi già sentiti), "Danza"…fino all’inevitabile "Spora": i suoni si sono appiattiti, i testi risultano fastidiosamente ricercati, gli interventi di violino e vibrafono sono banali e melensi, le ritmiche prevedibilissime. "L’uscita di scena" non può bastare a risollevare il morale di chi tanto ha amato e apprezza lavori come "Il vile". Forse servirà ai Marlene Kuntz per riflettere sulle prossime mosse: "E ce ne andremo via nell’ombra silenziosamente / come un attore che sente / che è giunta l’ora di uscire di scena" (Yo Yo Mundi, "Canzone di fuga e speranza").

Vanni La Guardia

MEZZ GACANO / Palòra Di Boskàuz / Sasime

Che una scena eccitante e veramente "off" si stesse sviluppando a Palermo era voce che già circolava da tempo. La qual cosa non poteva che far piacere, vista la noiosa boria della scena catanese, che ormai da anni monopolizza la Sicilia con un servilismo filoamericano peggio di Berlusconi. Ho in mano la prima uscita in cd ufficiale, dopo un tot di cdr, di questa nuova scena, che sembra avere tutta l'intenzione di autogestirsi sotto la sigla Sasime records. Trattasi di "Paròla di Boskàuz", ad opera del sedicente Mezz Gacano. E, lo dico subito, sono faville. Si apre con la bomba "Sunday Bloody Sunday", che non è una cover ma un delirio di death metal - cabaret, e si prosegue con altri 11 brani che sono una sorta di parodia del progressive (ascoltate Set Me Down, sembrano i Genesis di "Selling England By The Pound" in ketamina), o forse una versione progressive della no wave, o il disco che i Dream Theater mai incideranno su Skin Graft. Si alternano brani strumentali ad altri in inglese palermitanizzato, fino al puro nonsense. Attenzione: questo cd è l'inizio di qualcosa, forse sarà qualcosa di piccolo e destinato ad un pubblico di nicchia, forse sarà una bolla d'aria, forse diventerà grande, forse si autodistruggerà. Ma è qualcosa di estremamente vitale, per ora.

Bruno Dorella

MILAUS / Rock Da City / Cane Andaluso-Mondopop

Sono stupitissimo di questo primo disco dei subalpini Milaus. Non del tutto primo, a ben vedere, perché usciva per la stessa etichetta l'anno scorso la ristampa di un demo e prima ancora me ne era arrivato un secondo che archiviai nella scatola dei gruppi da tenere d'occhio. Facevo bene, perché "Rock da city" è un disco di quelli che è difficile veder uscire nella turpe Italia ma, come dicevo, me ne sorprende un tratto, vale a dire il (parziale) cambiamento di stile. Perché i Milaus, almeno nella mia mente, avevano un sound fortemente melodico, ma questo cd quando inizia sembra un disco dei Fugazi. Superato lo smarrimento, ci si rende conto di essere di fronte ad un grande lavoro verso "Fools witch", ed è proprio il sound americaneggiante a dar gioia e a tenere "Rock da city" in rotazione continua nel mio car system, specie durante le mie frequentazioni della terribile autocamionale della Cisa. Ne tengano gran considerazione le emittenti radio, che se fosse per me dovrebbero sostituire di punto in bianco "Rock connection" ad ogni previsto passaggio di "Gli uomini e le donne sono uguali" di Cesare Cremonini. "Rock connection", con tanto di urletti uuuh uuuh nel finale (assolutamente irresistibili) è la traccia che meglio rappresenta la nuova direzione intrapresa dal quintetto. Festaiolo e pogareccio, ed è la prima volta che uso questi aggettivi nell'accezione positiva da me sempre tenuta in abominio, essendo di norma Diamanda Galas la cosa più allegra che ascolto, giuro, mi ha fatto sculettare. Non era del tutto imprevedibile uno sviluppo del genere, dico io, bastava badare in maggior misura a "7th song" del loro precedente demo, anziché alla più intrecciata "Fuga (escape) idea" per capire il potenziale radiofonico dei morbegnesi. E, aggiungo, non saranno delusi neanche gli intimisti radicali, quelli che proprio di sculettare non vogliono saperne, perché in "Rock da city" ci si trova anche un rifacimento della meravigliosa "Madrid", il migliore tra i loro pezzi più vecchi, apparso sul primo demo "exp.1" del '99, nonché, tra i nuovi, la motorpsichica/dEUSiana "An ocean" (con clarinetto finale!) e "107 bombs", ricca di pathos e di bombe che da bombe diventano fonemi. Se esiste una giustizia questo disco non passerà inosservato.

ONQ

MILAUS / Rock Da City / Cane Andaluso-Mondopop

Milaus è un nome che fa subito venire in mente l’amico sfigatissimo di Bart Simpson. Immaginatelo cresciuto, coi soliti occhialini con la montatura nera, scrive sui muri e ha poco successo con le ragazze. Però ha cominciato ad ascoltare musica, quella dei Pavement, dei Sebadoh e dei dEUS. Ha imparato a suonare uno strumento, ha messo un annuncio e gli hanno risposto altri quattro sfigati. Dopodiché, potere del rock’n’roll, le cose cambiano e arrivano i concerti, i dischi, le macchine di lusso e donne a volontà. Ora lasciamo Springfield e planiamo su Sondrio, amena cittadina lombarda da dove arrivano i "veri" Milaus (Fabio Monelli – chitarra e voce; Massimo Bevilacqua – voce, chitarra e violino; Lorenzo Monti – basso e voce; Alberto Ronconi – basso; Claudio Palo – batteria), giunti alla prima prova sulla lunga distanza dopo qualche demo e mini-cd. "Rock Da City" è registrato da Giulio Favero, già chitarrista degli One Dimensional Man, ed è reso elegante da una splendida copertina progettata – è davvero il caso di dirlo – da Giacomo Spazio. Con questi nove brani è chiaro che la band ha ottime potenzialità e, a quanto mi è stato riferito, neppure difetta di entusiasmo e serietà. Ingredienti: melodie lo-fi ("107 Bombs" e "Happy Coccinella", love-song per insetti), rock’n’roll aggressivo ("Ars Attack" e "Rock Connection"), accattivanti ritornelli e coretti sbilenchi ("Blanket man", resa interessante anche dall’uso del violino), ma pure brevi e intense digressioni acustiche ("An Ocean" e "Madrid", appaiate sull’amaca). Lo sfigato studentello è uscito dalla sua stanzetta, ha mandato al diavolo Bart e ha finalmente messo la lingua in bocca a Lisa.

Guido Siliotto

MIRASPINOSA / E-Motion / My Real Sound

Ascoltare questo disco è come farsi una sega (e mi duole dirlo in presenza di ragazzi così raffinati da citare Gibran). Intendo dire che questo disco è come certe seghe (non tutte le seghe riescono col buco), avete presente quelle volte in cui si parte alla grande, tutti pieni di fervore ed entusiasmo e dopo 20 minuti ci si ritrova con il birillo in mano a pensare alla coatta del grande fratello, avvertendo una certa ripugnanza? Parte "Silk" e pensi: caspita che gruppo! Che grande cantante! Che voce! Ma chi è? Annie Lennox che canta Lili Marlene in Irlanda con una tonsilla di Bjork innestata su una corda vocale di Milva?Poi arriva "Tired" e già lo pensi un po' meno, quando giungi alla fine sei rincoglionito dai suoi gorgeggi tutti dolcezza, malattia, raffinatezza ed eleganza e hai la netta sensazione di trovarti a casa di Marta Marzotto con un giovane attore che declama Goethe in lingua originale. Intendiamoci bene, in questo disco è tutto perfetto: perfette le canzoni, perfetta la registrazione, impeccabile la grafica, ma chi preferirebbe (sul serio) andare a letto con Alessia Merz piuttosto che con Valeria Marini?

Fanfarello

MOROSE / La Mia Ragazza Mi Ha Lasciato / Ouzel-Cane Andaluso-Kimera-Under My Bed

La Spezia, Lo-Fi Sucks, Morose, ONQ, Ouzel records … semplicemente delle parole messe in fila unite da un ordine puramente alfabetico, almeno per chi, non avendo familiarità con l’underground italico odierno, si trovasse a dover associare questi termini. Ma il lettore medio (?) di quella manciata di fogli (o di pixel) in bianco e nero che tenete tra le mani (o che guardate attraverso un monitor) si sarà già servito di altri mezzi logico-associativi per individuare la linea (più o meno) sottile che percorre le denominazioni sopraelencate. M: mmmmmmmmmmm……….Morose! Ecco, la lettera che si è meglio insinuata nel mio timpano destro (quello sinistro ultimamente mi causa dei problemi di non meglio precisata natura). MOROSE, si avete capito bene: Mauro Costagli (Lo-Fi Sucks, ONQ), Luca Galuppini (ONQ), Valerio Sartori (ascoltate il suo lavoro solista su CD 3", sempre per OUZEL records) e Davide Saranza (…colui che dà voce e corde…). "La mia ragazza mi ha lasciato" rappresenta, almeno cronologicamente, l’ultimo lavoro del combo di La Spezia nonché il punto di partenza/maturità di quattro personalità (non solo) musicalmente affini… quattro, otto, forse più strumenti che contribuiscono a definire le coordinate di un suono che si muove da una base grammaticale "facilmente" individuabile (Red Red Meat, Pavement, certi Calexico, Nick Drake, Black Heart Procession_"I saw you crying on the bus"_ e, aggiungerei, un Tom Waits con meno catarro nei bronchi), per arrivare a sviluppare uno stile che, evitando di tradire le peculiarità del (non) genere, riesce ad esprimersi in maniera piuttosto personale e, soprattutto, INCISIVA. Le dodici tracce che compongono questo lavoro rappresentano altrettante gemme di diversa grandezza (tre minuti, in media), sapore (malinconico/evocativo) e colore (rosa pallido, giallo paglierino) che riescono ad incastonarsi perfettamente e a dar vita ad un discorso particolarmente "organico" (complice anche l’impianto totalmente acustico dell’intera operazione MOROSE) che scivola via senza mai appesantirsi attraverso i quaranta minuti scarsi che lo delimitano. L’unico grande augurio che si può fare ad un gruppo come gli spezini MOROSE è quello di continuare a crescere in termini di scrittura (peraltro già abbastanza valida) e personalità (i maledetti e onnipresenti riferimenti!), a quel punto credo che ci potrebbero riservare delle grandi (ssime) sorprese. L’ascolto di "La mia ragazza mi ha lasciato" rimane, comunque, fortemente consigliato.

Nicola Giunta

MOTORAMA / No bass fidelity / Bar La Muerte-Vida Loca

Se vi piace il rock’n’roll scassato, rumoroso e bastardo allora questo disco fa al caso vostro. Registrato live in studio, "No bass fidelity" è il primo album del terzetto romano, tutto al femminile, che qui dà prova di avere imparato bene la lezione dei Cramps, dei Teengenerate e dei bluesman più malati; non solo punk, ma un coacervo di influenze che tuttavia suonano fresche, e soprattutto ti fanno alzare il volume al massimo. Solo chitarra, aspra e acuminata, batteria, pestata e primitiva e voce sguaiata e incontrollabile: basta questo a dare sostanza a 13 pezzi che trasudano vitalità e sana rozzezza. Non dimentichiamo che il cd è stato registrato da Bugo, che riveste il tutto di una patina lo-fi comunque mai eccessiva, e su "77" ci sono le tastiere di Roberto Rizzo dei R.U.N.I., giusto per dare un impronta garage a un disco fuori dal tempo. Tra i pezzi che colpiscono immediatamente ci sono "Lucienne", potenziale singolo e piccolo sunto del suono delle Motorama, "Drive Mary Home, Baby", deriva blueseggiante e ossessiva, le sensuali depravazioni di "Bow-shaped lips" (un pezzo spettacolare!), e "Devil’s fudge cake (666) ", delirio dissonante un po’ fuori posto ma comunque all’altezza del resto: quando si parla di "rinascita del r’n’r" e delle blasonate band d’oltreoceano, fate il nome delle Motorama, da ora possono reggere qualsiasi confronto!

Italo Rizzo

 


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Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
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