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Music - CD Reviews - Review | by SuccoAcido in Music - CD Reviews on 01/01/2003 - Comments (0)
 
 
 
Shearwater, Sigur Rs, Steve Von Till, Sugarcoma, Tara Jane Oneil/Daniel Littleton, The Phenomenological Boys, The Walkmen, Thomas Dimuzio, Tribes Of Neurot, Vega Enduro, Wilco, Reith Fullerton Whitman.

Shearwater, Sigur Rós, Steve Von Till, Sugarcoma, Tara Jane O’neil/Daniel Littleton, The Phenomenological Boys, The Walkmen, Thomas Dimuzio, Tribes Of Neurot, Vega Enduro, Wilco, Reith Fullerton Whitman.

 
 

SHEARWATER/Everybody makes mistakes/Misra

<>. Bisogna avere il tempo di fare scorrere la pellicola finché siano distinguibili i singoli fotogrammi, fermarsi su un qualcosa o qualcuno cui non si può più dire niente se non attraverso i nostri pensieri, girare intorno ai particolari a ritroso nel tempo, per addentrarsi nella musica degli Shearwater… Will Robinson Sheff e Jonathan Meiburg si muovono con la leggerezza del folk minimalizzato tra pensieri notturni e ballate melanconiche che non cercano niente se non di essere trovate. "Well, Benjamin", traccia n°2 entra di diritto nella mia playlist autunnale… tutti commettono degli errori, o no?

Andrea Pintus

SIGUR RÓS/( )/Fat Cat

La custodia color dell’acciaio di "Ágatis byrjun" portava impressa sopra la sagoma di un feto ancora attaccato al cordone ombelicale con piccole ali d’angelo sulle spalle ad evocare contrazioni uterine e svolazzamenti in liquidità amniotiche; il nuovo cd è invece racchiuso da un guscio sfilabile di plastica bianca con due aperture a forma di parentesi tonde al di sotto delle quali si intravede una macchia nera che si sgrana in un cielo plumbeo. Inutile che vi affanniate a cercare i credits e la tracklist: all’interno troverete indicato solo il sito internet del gruppo islandese e tutto intorno quella nebbia lattiginosa che sembra penetrare persino negli 8 pezzi che compongono i 72 minuti di questo disco. I Sigur Rós dilatano ulteriormente le loro visioni (un maggiore lavoro di sintesi nella prima metà del disco avrebbe forse giovato…) tendendo fili pianistici che vengono intrecciati ad intarsi ritmici, dipanati lentamente e poi allentati con la traccia numero 4. La traccia n. 5 è uno strisciare ansimante e incerto, mentre il sussulto ritmico della n. 6 è solo il preludio all’apoteosi finale. La traccia n. 7 deflagra ed implode ripetutamente per spegnersi nell’intro chitarristica dell’ultimo pezzo: dodici minuti di puro pathos cosmico con il soffio leggiadro della voce che diviene sibilo disumano trasportato dal mantra percussivo. E nel cielo grigio si scatena, catartica, la tempesta.

Guido Gambacorta

STEVE VON TILL/If I should fall to the field/Neurot

Dopo "As the crow flies", ecco il nuovo gioiello del chitarrista-cantante degli apocalittici noise-industrial-core Neurosis. "If I should fall to the field" è un disco che prosegue evolve e riprende come il precedente quel gusto intimista caro anche agli ultimi Neurosis, il rock-folk americano più catacombale… Leonard Cohen soprattutto… Voce solitaria e di bassissima tonalità, quella di Von Till, affumicata dal calore dei camini delle case di campagna americane; o almeno così me lo posso immaginare… Una chitarra acustica in spalla, un organo e qualche tastiera, e qualche compagno occasionale alla batteria alla chitarra elettrica e al violino, accompagnano Steve in questo triste viaggio fra fantasmi erranti, distese e paesaggi infiniti di quest’America sanguinante, oscurato dalle nebbie della provincia rurale, e dal ricordo degli eventi passati, ricordi e memorie del suo passato. Il tutto descritto con poesia e pathos commoventi, come ad esempio nel brano "To the field" dove il ricordo doloroso prende il sopravvento, in un incedere drammatico, dall’iniziale chitarra acustica che si accompagna alla voce, fino all’esplosione pacata di batteria che finisce il brano, rimembrando nelle liriche, (sempre bellissime e ricercate), questo leit-motiv che percorre tutti i solchi del disco ricordando e osservando la vita, le sue sfumature, la morte e la natura che intercede tra noi e gli altri. In "This river" ad esempio, come in altre canzoni dell’album, si nota l’attaccamento alla terra e alle tradizioni americane: questo banjo che accompagna la voce di Von Till, irradia quest’aura di misticismo antico, qualcosa d’atavico che da sempre in ogni modo percorre anche i lavori dei Neurosis. "Am I born to die" sembra ricordarci gli echi del vecchio "sogno americano", quell’utopia mai raggiunta; e pare di osservare una vecchia foto in bianco e nero ascoltando attentamente. L’ultima song "The harpy", è in realtà una poesia recitata e registrata negli anni sessanta, dal nonno del nostro Steve, a cui lui ha aggiunto un eco di tastiere lontane, per non dimenticare, mai…

Andrea Giuliani

SUGARCOMA/Becoming something else/Music for nations

E la storica Music For Nations si gioca la carta del teen-metal facendo un buco nell'acqua. Età media bassa, ragazze per tre quarti, voce che gioca su registri epico-melodici alla TATU e aggressivi, produzione moderna ma idee poche, signori miei. Le Sugarcoma sono per adesso molta forma e poca sostanza. I pezzi sono di grande impatto, power chords a manetta, ma poveri espressivamente. "Becoming..." É uno di quei dischi che già al quarto pezzo ti stancano. E ce ne sono ben tredici. La band inglese si salva quando imbocca la giusta melodia ('come up', 'stitch it up', 'lost morning') o quando è autenticamente rozza ('gun'). Allora penso: ma perché gli devono mettere sta tipa che deve fare per forza la voce grossa, che spesso fa solamente da contrappunto a quella pulita o abbozza uno pseudo-rappato. Perché deve scimmiottare Max Cavalera o Jonathan Davies? Le cose migliori gli riescono quando fa la Avril Lavigne metallozza! E suvvia, bisogna piacere proprio a vecchi e bambini?!. Evitiamo commenti sulla cover di 'crazy' della Spears, meglio l'originale, almeno ha un perché. Si,penso proprio che la giusta aspirazione sia diventare un'altra band.

Francesco Imperato

TARA JANE O’NEIL/DANIEL LITTLETON/Music For A Mereor Shower/Tiger Style

Si sono sempre venuti incontro Tara Jane Oneil e Dan Littleton, lei collabora con lui e viceversa, ed alla fine ecco la decisione di completarsi in un album, ma forse considerando l’esito finale il momento non è stato tra i più propizi. Music For A Meteor Shower è un album al 99% strumentale che forse farà storcere il naso anche ai più fedeli. Un’ora di folk ambientale tra accordi sospesi in odor d’incenso che in ogni modo lasciano il tempo che trovano, che i due siano bravi non c’è dubbio, ed alcuni episodi sono anche affascinanti (l’unico momento cantato, l’omaggio a Gainsbourg di "Ooh La La") ma l’eccessiva durata dell’album penalizza il tutto, se dei sessanta e passa minuti di durata ne ricavavano una quarantina l’operazione ne guadagnava in fluidità e sostanza. Mentre ascolto non vedo l’ora che si arrivi alla fine, e per fortuna che sia Tara sia Dan hanno alle loro spalle lavori eccezionali, altrimenti difficilmente questo Music For A Meteor Shower poteva destare l’attenzione che i loro nomi meritano.

Gianni Avella

THE PHENOMENOLOGICAL BOYS/Melody, melody, melody & more melody/Tomlab

il cuartetto cetra (o cedra?) che interpreta composizioni di capitano beefheart al circo mentre Edgar Verese annuisce dando direttive a tratti. accanto al sopracitato c'è proprio lui:Bàd Spènser con suo figlio Sesto (la voragine #). nelle vicinanze una promozione del panettone + gospel mai pubblicizzato fin ora. arriva dal cacciatorpediniere un messaggio in codice: troppo sperma sta otturando i nostri timpani. ma piace e nnì vulèmu ancora ,.il disco si fa desiderare,si fa scoprire ,un lavoretto niente male. un attore casca men3 si cimenta trombettista di un apocalittico blend canzoniere: "a mille ce n'è......non serve l'ombrello,il cappottino rosso,la cartella bella per venir con me.....basta un pò di fantasia e di bontà." + Nuvolari coi suoi 50 chili d'ossa. ma perchè tutti 'stì surci che ruttano? ah! comincia la chitarra di marzapane a donare doni (donadoni....GOAL!!!!!) di natale. sono i sentimenti delle prime 12 tracce.le altre non ve le dipingo.perchè art.uro mi chiama da dentro.

Francesco Calandrino

THOMAS DIMUZIO/MONO:POLY/ASPHODEL/GENCH MUSIC

MONO: unorchestr'azione urlante..composita d'elementi granitici: rumoristici.valorose rarefazioni escogitate motoristicamente.mi viene sete e gli elicotteri girano intorno a me nube amorfa su cataste /aggglomerati /putridume: essenze d'industrial culture, subunità e viscere di un'ADE in fiamme. - Galina Ustvolskaya lo apprezzerebbe ?c’è un 40 % di probabilità certa."Mono" è una sfera electroacustica virosata da industriali sonorità.sottilmente ci fa danze.e ci riempie in toto, ci colma tutte le cavità.goffe viscere.è una necessità possedere i messaggi di "mono" già dentro se stessi per...........rendersi lucidamente conto ch'è un lavoro degno di nota.si presentano tribù transgeniche.si fanno ballare??!! (anche se siamo in Q8)a parte tutti 'stì riscursi è importante non cadere nel pensare l'accomunanza sonora (di certo) JAPANOISE (aube, cccc, incapacitans)."mono" mi stà sfidando.mono vive. POLY: rimanda a "mono" ,osando però a colori + neutri........... ( "mono" è quasi totalmente nero-catrame,anche se in certi vicoli tende al beige).Sento emissioni d’epiglottide :RISORGIMENTO.POLY mi rimanda a "chappaqua" a certe ricorrenze del film. Ecco… realizzo! :fate un seriale blend tra il metraggio precitato e "tetzuo"[sia per mono sia per poly] =avrete una + sinestetica idea dei due lavori. _____)_elemento differenziale rispetto a "mono" è l'uso/presenza di radiofrecuenze.i fruscìi sensibilmente mi accarezzano,con almo tanto orchestrale da farsi melassa.mi sfaldo sui flutti .adesso sono anche anaerobio (perciò facoltativo).

Francesco Calandrino

TRIBES OF NEUROT/Adaptation and survival/Neurot

Un nuovo disco per questo side project dei Neurosis: il gruppo noise-core-industrial-folk più influente degli ultimi anni. Sotto titolo dell’album, un doppio cd, "the insect project"; si, perché questi due dischi presentano solo suoni presi dagli insetti che ricoprono il suolo, il cielo e le viscere del nostro piccolo mondo, il tutto filtrato attraverso sintetizzatori ed effetti per rendere questi suoni della natura, una musica ambient d’inquietante effetto dejà vu. Il primo cd presenta i suoni mixati in svariate modalità; da notare che l’edizione in vinile di questo cd, presenta invece i suoni separati su svariati 5", 7" e 12", appunto per essere mixati personalmente. Il secondo cd invece contiene un’unica traccia di mezz’ora, che presenta il vero e proprio lavoro allo stato originario, suoni ambientali, sfrigolanti e crepitanti mescolati in un’enorme orgia di rumore. Ricordiamoci che il mondo degli insetti è una delle più perfette realtà di tutto il mondo, per adattabilità, resistenza, costanza e sopravvivenza nelle ere del nostro pianeta.

Andrea Giuliani

WILCO/Yankee hotel foxtrot/Nonesuch

I’m trying to break your hearth apre il nuovo disco dei Wilco e subito tre cose appaiono chiare: la voce e il cantato appaiono d’una tristezza estrema tendente al fastidio (e nonostante i ripetuti ascolti finirà per non andare giù), il folk rock dei Wilco si arricchisce strutturalmente di arrangiamenti che recano tracce elettroniche e rumoretti da trend inseguito, la materia sonora del disco è curata da uno che ci sa fare. Il secondo brano, Kamera, è più semplice e digeribile, la mano del produttore, Jim O’Rourke, si palesa inconfondibile ed in stato di grazia, inconfondibile e graziosa come gli effetti digitali che spruzza sapientemente. Segue Radio cure, pezzo lento in crescendo e percorso da fruscii e friccichii vari e note rotonde che ci piacciono tanto; sarebbe anche buono, ma alla voce manca proprio qualcosa. War on war, la quarta traccia, ha qualcosa in più. Il tempo accelera, subentra un po’ di brio nonostante la materia trattata e la morale del pezzo (you got to loose), la melodia convince, le chitarre trasportano, gli arrangiamenti deliziano. La quinta traccia è Jesus, etc. Apre una sviolinata campagnola orfana di madre terra. Siamo idealmente al cuore del disco. L’emozione trasmessa è la tristezza. Ma non quella sognante tristezza noir cifra di tanto bel pop inglese nella quale è piacevole abbandonarsi e sperdersi. E’ proprio una tristezza umana. Realisticamente pratica. Allo stesso modo si prosegue con Ashes of american flag. E la tristezza sale. Heavy metal drummer è sostenuta da ritmica che cerca di dare allegria ma si comincia a percepire una certa freddezza di fondo. In I’m the man who loves you si sente più di una eco bekiana. E si comincia a sentire anche odore di Beatles. Questo si fa più forte in Poor places. Il disco finisce con eccelsa dignità. Reservations, (il suo finale soprattutto mi pare la cosa più interessante del disco), è molto, molto bella a mio parere. Un bell’album maturo che forte di un buon impianto strumentale, di una produzione magistrale, di una scrittura sopra la media, sposta in avanti il confine del folk americano. Troppo facile però farsi preparare, cuocere e condire i piatti da O’Rourke. Troppa poca personalità per credere di aver sfornato un classico. Vediamo la prossima volta, magari senza l’aiuto magico dell’esperto Jim, ma con più farina integrale del proprio sacco.

Giovanni Vernucci

REITH FULLERTON WHITMAN/Play Trhroughs/Krank

Un suono. Come distesa siderale, silenzio tra i pianeti, freddo e cinico come lo sguardo di Dio. Questo è uno di quei dischi per cui varrebbe la regola del Tutto-e-il-Contrario-di-Tutto... Procediamo. Noioso, azzimato, pretenzioso nel suo minimalismo manieristico... Un suono, monotonale per più di trenta minuti... Epperò... Onesto, meditativo, musica per quiete Buddista, ho pensato ad Ulan Bator... si, perché un'opera simile non può, e sopratutto ciò che è più apprezzabile, non vuole significare nulla, anzi NULLA... Si perde in una dimensione nichilista che a volte fa realmente bene. L'umanità non fa quasi mai capolino, se non in rarissimi tratti di elettroacustica/field recording che ti suggeriscono lievi dita su di una tastiera. Spiazza, piace, può disturbare. Per amanti di direzioni estreme.

Joele Valenti

 


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Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
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