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Theatre - Theatre Reviews - Review | by SuccoAcido in Theatre - Theatre Reviews on 19/02/2014 - Comments (0)
 
 
 
O a Palermo o all’inferno. Ovvero lo sbarco di Garibaldi in Sicilia

A tre anni di distanza dalla data per cui era stato ideato, ovvero il centocinquantesimo anno dall’unità d’Italia, giunge finalmente a Palermo lo spettacolo di Mimmo Cuticchio O a Palermo o all’inferno. L’opera, dopo il blocco dei lavori nel 2011, da parte della Regione Siciliana che l’aveva inizialmente commissionata, era stata presentata in forma ridotta a Roma, a conclusione delle celebrazioni nazionali, presso l’Auditorium Parco della Musica, riscuotendo il successo del pubblico e della critica. Un’occasione persa per la Sicilia, un’ulteriore conferma, al tempo stesso, del valore di arti antiche, come l’opera dei pupi e il Cuntu, che riescono ad oltrepassare la dimensione locale, o il contesto linguistico dialettale.

 
 

Il teatro Biondo di Palermo, sotto la nuova direzione artistica di Roberto Alajmo ha così riportato a casa uno spettacolo che la città meritava di vedere e aveva il dovere di ospitare, consentendone la realizzazione nella sua forma più completa e invitando l’autore a presentarlo al pubblico in un incontro prima della messa in scena. Momento importante, questo, durante il quale l’autore ha avuto modo non soltanto di raccontare la propria storia professionale, ma anche di svelare aneddoti, vicende, documenti della tradizione dei pupari a Palermo e persino l’intreccio tra quest’arte e le circostanze politiche che hanno condotto all’unità d’Italia. Un Cuticchio arguto, attento, preciso, dolce e al contempo graffiante mentre ricorda e inquadra momenti vissuti nell’arco di una vita intera: così ci racconta la sua esperienza di allievo, di “maestro compagno” del suo figlio d’arte, del difficile inizio con gli spettacoli dedicati ai bambini del quartiere che pagavano quindici lire, o quel che potevano, rispetto al prezzo di cento lire, ma anche del modo in cui veniva bollato da un funzionario pubblico come un teatrante di serie c perché il “teatrino dei pupi” era ritenuto un fenomeno da circo.
O a Palermo o all’inferno è uno spettacolo che Cuticchio ha costruito con molta cura e attenzione. Ogni parola, ogni ricostruzione della storia garibaldina, dalla partenza dei mille dal porto di Genova, fino alla discesa a Palermo e alla battaglia dentro le mura della città, passando per lo sbarco a Marsala, l’incontro con le navi inglesi, con la nobiltà locale e con i briganti mostra la consapevolezza del puparo che sa di trovarsi a confronto con uno dei passaggi più delicati e controversi della storia risorgimentale. Un momento glorioso per alcuni, oscuro per altri, i cui risvolti drammatici e i retroscena di violenza, o di cinismo politico, sono stati sottolineati con maggiore forza proprio in occasione della ricorrenza che l’Italia stava festeggiando. Cuticchio è presente in (questa) scena; narra dialogando, il suo non è un monologo, ma neanche una commedia. I pupi sono i suoi interlocutori, e non soltanto burattini che interpretano ruoli; le loro voci e le opinioni che portano dentro la storia, complicano il racconto e mostrano le sfaccettature di una narrazione che non può scorrere in modo univoco, né prestare il fianco a scelte interpretative, o polemiche. Eppure Garibaldi, l’eroe dei due mondi, è una figura che in scena compie le sue imprese, non curandosi della voce narrante, né delle interruzioni dei personaggi, o dei commenti del puparo. Uno spettacolo delicato, così è stato definito da Piero Longo, durante la presentazione del pomeriggio, un’opera di pupi, che potrebbe scegliere un registro enfatico e consolatorio, rispondendo alle esigenze di una rappresentazione commemorativa, ma che invece si sviluppa in modo dialettico e soprattutto ironico. Sì, perché infine è l’ironia la grande protagonista di questo spettacolo, un’attitudine che, si badi bene, non ridicolizza, né minimizza gli accadimenti dolorosi, né le responsabilità politiche che circondano dal principio l’impresa dei mille. L’ironia accompagna tutto questo viaggio, in modo intelligente, cedendo il posto, soltanto in occasione delle battaglie (come quella di Calatafimi o di Palermo), alla drammaticità del Cuntu, durante il quale il puparo si trasfigura, assumendo la voce, il ritmo, la metrica di un’arte verbale che lascia il pubblico senza respiro. In questo modo la storia trascina gli ascoltatori attraverso livelli diversi e complessi, tutti presenti sulla scena, ma mai ostentati. Il puparo partecipe e disincantato, ci guida, ci conduce tra le ipotesi e le letture storiografiche, ma sa distrarci da esse; i pupi si credono emancipati dalla loro funzione scenica e diventano narratori e spettatori che assistono alle gesta dei loro colleghi paladini i quali irrompono nella storia sul più bello. Paladini come Orlando che agisce in controcampo, combattendo la sua battaglia, rispetto alle vicende garibaldine, allontanandole nel tempo per renderle leggibili in filigrana. Orlando che vive nel suo tempo, ma anche nel nostro, portando la fascia tricolore sul petto.
Cuticchio doma il palco felice esprimendosi nel dialetto palermitano che qui può usare e declinare in tutte le sue sfumature, restituendo alla sua Palermo una storia importante per un popolo italiano oggi svuotato e in crisi, che si ritrova, come da canovaccio, insieme ad applaudire a ritmo di inno nazionale.

 


© 2001, 2014 SuccoAcido - All Rights Reserved
Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
All images, photographs and illustrations are copyright of respective authors.
Copyright in Italy and abroad is held by the publisher Edizioni De Dieux or by freelance contributors. Edizioni De Dieux does not necessarily share the views expressed from respective contributors.

Bibliography, links, notes:

pen: G. Costanza Meli, Marc De Dieux

link:

www.figlidartecuticchio.com

www.teatrobiondo.it/spett06.aspx

 
 
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