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Theatre - Theatre Companies - Interview | by Stefania Cordone in Theatre - Theatre Companies on 24/02/2014 - Comments (0)
 
 
 
I Baccalà Clown

I Baccalà Clown ci stupiscono con un teatro che annulla la parola, riducendola ad un sibilo sottile, Psspss, un suono acuto che ci scuote dal tepore del banale suggerendoci il canale sensoriale da utilizzare, non più l’udito, ma la vista, che ammira la magia che sulla scena si sviluppa. Quest’ultima ci ricorda il gioco infantile di trasformare oggetti banali in tesori preziosi: così una scala si trasforma ora in una barca, ora in uno strumento a fiato che abbozza le note di un’antica melodia che ci avvolge calorosamente rivelandoci la verità di un riso libero, gioioso, condiviso che ci unisce al di là delle culture.

 
 

La Compagnia Teatrale "I Baccalà Clown", formata da Simone Fassari e Camilla Pessi, ha rappresentato al Teatro Libero di Palermo “PSS PSS”, un progetto in cui i due attori hanno approfondito la dimensione del clown e del gioco. Dal 2010 la compagnia sta esportando lo spettacolo in vari Paesi del mondo, dall’Italia al Brasile, dall’Egitto alla Turchia. In Francia, nel 2011, hanno ottenuto un grande successo al Festival Off di Avignone e numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio del pubblico (Ginevra, 2010), il premio del Cirque du Soleil (Parigi, 2009), la medaglia di Bronzo al Festival di Wuqiau (Cina, 2009), la medaglia di bronzo al Festival di circo Nikulin (Mosca, 2008), hanno sottolineato lo spessore artistico di questo lavoro.
Affidando la regia a Louis Spagna, che ha curato numerosi spettacoli circensi, i Baccalà Clown ci stupiscono con un teatro che annulla la parola, riducendola ad un sibilo sottile, Psspss, un suono acuto che ci scuote dal tepore del banale suggerendoci il canale sensoriale da utilizzare, non più l’udito, ma la vista, che ammira la magia che sulla scena si sviluppa. Quest’ultima ci ricorda il gioco infantile di trasformare oggetti banali in tesori preziosi: così una scala si trasforma ora in una barca, ora in uno strumento a fiato che abbozza le note di un’antica melodia che ci avvolge calorosamente rivelandoci la verità di un riso libero, gioioso, condiviso che ci unisce al di là delle culture.
Pss Pss si sviluppa in una dimensione puramente visiva che ci lascia con il fiato sospeso, che ci commuove e intenerisce, e riuscire a raccontarlo è un’impresa assai difficile. Arduo è il tentativo di descrivere l’impatto visivo ed emotivo di un sopracciglio alzato di pochi millimetri, di un volto che si allunga e si accorcia come fosse plastilina, della densità di uno sguardo che alla minima variazione ci indica molteplici espressioni.
Le acrobazie amplificano il concetto di gioco senza perdersi in arido virtuosismo tecnico: c’è ancora emozione nelle contorsioni sospese degli attori, che nel susseguirsi di scontri, conflitti e teneri abbracci ci ricordano la complessità della vita nel suo essere contraddittoria e inspiegabile, ma in fin dei conti sempre un dono da vivere poeticamente.
Dopo lo spettacolo, che si è tenuto al Teatro Libero di Palermo dal 23 al 26 gennaio 2014, abbiamo avuto la possibilità di una breve chiacchierata con Simone Fassari.

S.A.: Per cominciare, una breve presentazione.
S.F.: Io vengo da molto vicino, sono catanese, mentre Camilla è della Svizzera italiana, di Locarno. Io sono andato via da Catania nel 1998/99 e ho abitato lì in Svizzera con Camilla con la quale abbiamo fondato insieme una scuola di teatro basata sul movimento, sulla danza, sull’improvvisazione senza parole. Abbiamo cominciato a fare circo e cabaret, poi dal 2010 abbiamo deciso di creare questo spettacolo più teatrale, pensato soprattutto per il teatro.

S.A.: Come vi siete scelti in questo percorso di studi?
S.F.: Venivamo tutti e due dal teatro. Poi ci siamo spostati un po’ sul circo perché ci piaceva l’ambiente circense e ora stiamo facendo entrambe le cose.

S.A.: A proposito del gesto, qui molto importante, possiamo osare dire che esso ha un’autenticità maggiore rispetto alla parola?
S.F.: Se devo dirti la verità, secondo me sì. L’espressione del corpo, spesso, è più forte rispetto alla parola.

S.A.: Con la parola si può mentire in qualche modo, mentre il corpo non mente.
S.F.: Sì, diciamo di sì. Puoi mentire anche con il corpo, però l’anima siamo noi, dentro, nel cuore.

S.A.: In questo spettacolo assistiamo all’annullamento della parola che, riducendosi ad un bisbiglio, cede il passo all’immagine.
S.F.: A noi piaceva questa sfida, creare uno spettacolo senza parole, giocato proprio sui personaggi, in cui ugualmente si può arrivare alla leggibilità del percorso e dello spettacolo, della comunicazione fra uomo e donna.

S.A-: Il clown che rappresentate in scena ve lo portate un po’ nella vostra vita, con la sua leggerezza, la sua semplicità e la sua poesia? Cosa succede nella vostra vita quotidiana? Quando ad esempio vi si buca la ruota della macchina in autostrada, che fate?
S.F.: Io bestemmio (ride), Camilla invece è molto zen. Diciamo che lei è lo zen della coppia, io mi innervosisco di più…

S.A.: Durante la preparazione di uno spettacolo, qual è il momento più significativo?
S.F.: Quando lo fai per la prima volta davanti ad un pubblico. Per noi clowns è la cosa più importante. Quando abbiamo creato lo spettacolo, per esempio, siamo andati per gradi, presentando il lavoro non finito ad alcune persone, giusto per vedere le reazioni e capire se stavamo percorrendo la strada giusta. Quella è la cosa più dura perché prepari una cosa che dovrebbe fare ridere, dovrebbe emozionare anche se non è ancora pronta. Spesso chiami anche degli addetti ai lavori. Quindi all’inizio c’è proprio un muro, un silenzio totale, però ti danno delle piccole critiche che fa crescere lo spettacolo.

S.A.: Secondo te qual è il referente migliore per verificare l’impatto? L’addetto ai lavori o una persona che non ne sa nulla e che guarda in modo genuino?
S.F.: Tutti e due. Hai bisogno di tutti e due. L’addetto ai lavori ti analizza più tecnicamente sulle scelte drammaturgiche, clownesche, sul timing, mentre la persona “normale” va a sentimenti. Quindi hai bisogno di tutti e due. Non puoi considerare solo l’uno o l’altro. Io spesso mi confronto di più con il pubblico generico, però in questo caso abbiamo avuto bisogno di uno sguardo più tecnico. Ci siamo rivolti ad una persona che ci ha curato la regia, Louis Spagna, un regista di Bruxelles, che ha fatto tantissime regie per clowns, sia per grandi gruppi che per piccoli. Lui è un talento perché lavora da minimalista e noi gli abbiamo proprio detto –“Guarda, siamo noi, abbiamo il materiale, più o meno, non vogliamo scenografie, non vogliamo grandi cose, non vogliamo usare la parola e vogliamo farlo in teatro” – quindi lui ha lavorato insieme a noi su questi aspetti ed è stato proprio un chirurgo nella cura di ogni dettaglio.

S.A.: Avete portato questo spettacolo in giro per il mondo. Mi incuriosiva sapere se avete notato delle differenze nelle reazioni del pubblico.
S.F.: Sì, certamente. Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di fare questo mestiere: girare e conoscere altre culture, le differenze culturali. Siamo stati in Egitto ed è stata un’esperienza fortissima perché lì il discorso uomo-donna è molto duro da affrontare. Quindi il fatto di abbracciarsi, già solo tra di noi, con Camilla, è qualcosa di intenso, poi quando siamo andati in mezzo al pubblico c’è stata proprio una tensione bellissima. Nonostante le resistenze iniziali hanno accettato il lavoro di questi due clowns, di questi due personaggi ed è stato davvero commovente. Anche alla fine sono venuti ad abbracciarci dietro le quinte perché hanno capito che andavamo oltre un discorso prettamente culturale. Eravamo lì, a disposizione, per loro. C’erano chiaramente quelli un po’ più duri, che non volevano, ma è nella norma. Una volta una donna, mentre in scena Camilla mi dava uno schiaffo, ha detto una cosa bellissima, ha detto “One more time!”, ancora uno! E capisci la forza del discorso uomo-donna. In Cina, il massimo della risata si ha quando coinvolgi qualcuno dal pubblico e lo prendi in giro sulla scena. In Turchia è stato un po’ come in Italia.

S.A.: Qual è il Paese che sa ridere di più?
S.F.: è una domanda difficile. Posso dirti che in Francia ci troviamo molto bene perché hanno un livello culturale teatrale altissimo. Hanno un’educazione al teatro che inizia fin da bambini, nelle scuole, e quella è la cosa più bella.

S.A.: Cristina Coltelli, che si occupa di Commedia dell’Arte, ha detto di aver notato, durante i corsi che ha tenuto in vari Paesi, che gli italiani sono quelli più portati a questo tipo di linguaggio in cui la gestualità viene continuamente comunicata al pubblico. Vale anche per il linguaggio clownesco?
S.F.: Sì, devo dire che posso confermare, perché noi italiani siamo abituati ad arrangiarci, ad improvvisare sempre nella vita. E di fatto abbiamo una comunicazione molto corporale, basata sul gesto. È vero che la Commedia dell’Arte è nata qui, non a caso è nata qui.

S.A.: Cosa vi piace pensare che la gente si porti a casa dopo aver visto uno spettacolo del genere?
S.F.: Che si porti un po’ di semplicità e un po’ d’emozione dentro. Che vada via, non con la risata, ma con gli occhi che brillano, con una sensazione di benessere, affinché lo spettacolo resti un po’ nell’anima. Non solo la risata ma qualcosa che li segua nella vita.

 


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Pen: Stefania Cordone

Link: www.ibaccalaclown.com

 
 
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