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Comics - About Comics - Interview | by Emilia Calabria in Comics - About Comics on 19/12/2011 - Comments (0)
 
 
 
Makkox

“Sono troppo svezzato per confidare nella tutela dei supereroi d’una volta, quelli della Corno. Devo avere fede in un personaggio per descriverlo. Credo che sarei capace di raccontare solo un supereroe decadente, distante dall’Uomo come insieme. Un supereroe egoista, non cinico, capace di grande amareggiata impotenza verso le moltitudini e di piccoli gesti generosi verso i singoli. Un supereroe empaticamente miope.”

 
 

Grafico di professione, Marco Dambrosio alias Makkox pubblica dal 2007 vignette, brevi storie e riflessioni sul suo blog canemucca.com. Nel 2008 è stato premiato a Milano Cartoomics per il miglior fumetto in Internet.
Considerato il padre della strip a scroll verticale, ha ideato con Antonio Sofi e Flaviano Armentaro il sito sperimentale di webcomic Coreingrapho.com. In rete ha collaborato con Balloons, Apogeonline Bit Comics e ha realizzato vignette satiriche per Macchianera e il Post.
Dal 2008 pubblica anche su carta: ha iniziato con la rivista Blue ed è diventato, poi, uno degli autori di punta del mensile ANIMAIs. Ha collaborato, inoltre, con Liberazione, Mamma! e l’Internazionale, per cui ha illustrato il reportage L’uomo che ha fottuto un intero Paese.
Autore del volumetto divertissement Le divisioni imperfette e direttore dell’aperiodico Canemucco, ha presentato al Salone del libro di Torino 2011 il suo albo autoprodotto Ladolescenza.
Spesso si rappresenta sotto forma di papero e ci tiene allo stile…


SA: Ciao Makkox! Che distinzione fai tra storia, scritta e disegnata, e fumetto?
M: Fumetto e narrativa scritta, presi a bacinelle senza scendere in dettagli ed eccezioni ed eliminando il puro prodotto di entertainment, sono diversi nei modi. E grazialcazzo dirai tu. Diversi nei modi, ma soprattutto nell’ambizione, preciso io. Anche il cinema o il teatro sono diversi nei modi, tra loro e dalla narrativa scritta, ma non nell’ambizione. Si possono mettere sullo stesso piano una enorme quantità di opere narrative scritte, teatrali e cinematografiche, ma un esiguo numero di fumetti e sicuramente sempre su uno scalino più in basso. Quello che fa la differenza è l’ambizione.
Capiamoci, fumetti degni dello scaffale sacro ce ne sono, ma anche quando ci arrivano è più perché godono del lasciapassare indulgente della buona volontà dimostrata nell’intento di somigliare a, che per la compiuta e oggettiva qualità narrativa dell’opera. In quei casi è premiato lo sforzo. “Per essere un fumetto...” è l’incipit dell’indulgenza di valutazione che dicevo. C’è Joyce, c’è Kubrick, e poi ci sono i Joyce e i Kubrick del fumetto, ecco: necessitiamo mantenerli in un sistema relativo per valutarli. Assolutamente, non sarebbe possibile accostarli ai primi due.
Fumetto. Purtroppo, trascendendo il dizionario, come accade per molti termini, è l’oggetto comune all’esperienza che modifica il significato e lascia intatto il significante - Eco la spiegherebbe meglio, io provo - . Se ad un tratto 50 anni fa nel mondo fossero mutati geneticamente il 99% di tutti gli alberi iniziando a vestirsi di foglie rosse e solo alcuni a chioma verde fossero rimasti tali, oggi la frase “Ho piantato un albero in giardino” evocherebbe alla mente di chiunque un giardino con in mezzo un albero dalle foglie rosse; se invece noi ne avessimo piantato uno verde dovremmo specificare ciò che 50 anni fa sarebbe sembrato ovvio e tacitamente intrinseco al significato del termine albero: “ho piantato un albero con le foglie verdi”. Allo stesso modo noi oggi ci troviamo a coniare definizioni che vogliono trascendere cioè che è venuto a significare nel senso comune “fumetto”, ovvero opera leggera e di genere, inconsistente dal punto di vista letterario, e cerchiamo goffe perifrasi, convogliate quasi tutte ormai in “graphic novel”, per descrivere un fumetto che sia meno fumetto e più letteratura. A me graficnovel fa ancora un po’ cagare, in quanto tradisce, appunto, l’intento di allontanarsi dal fumetto e di andare verso la letteratura, che è un po’ rivelatore del complesso d’inferiorità, ma apprezzo il tentativo. Il fumetto non deve andare verso nulla, deve rivelare la sua piena forza di modus narrativo. Narrativa è la parola chiave, non il mutuare un format proprio della letteratura quali sono novella, romanzo, racconto, poema epico. Allora attingiamo anche dalla musica: graphic ballad, graphic fuga, graphic sinfonia etc. Ridicolo.
A questo punto, quindi, anche io per la mia ambizione fuori format e priva di parole univoche che la identifichino, attingo goffamente a significati primigeni e incorrotti, e inizio dal mettere assieme “scrittura” e “disegno”. Non a fianco, ma assieme, che siano una lega forgiata da due metalli. E vorrei anche dare egual peso e dignità alle due componenti, senza bilancino e formule. Scrivere, quando sento che un pensiero deve essere espresso verbalmente, disegnarlo, quando m’è ineffabile; integrare i due modi quando il concetto che cerco è realizzato nella fusione, olisticamente.

SA: E in merito alla questione della lunghezza dei testi, come la pensi?
M: Parto sulla difensiva, ma la domanda è cacacazza e provocatoria, ironicamente provocatoria, o io la sento così il che non cambia gli effetti. Sento spesso dire che i testi nelle cose che faccio son troppo lunghi per un fumetto. Un testo, una frase declamata, un pezzo musicale, un’immagine, possono essere solo inutili. Assolutamente inutili. Lungo è una misura fisica relativa. Non ha nemmeno valore assoluto, pensa te. Guerra e pace è lungo? La recherche è lungo? Tarantino o Von Trier hanno scene con dialoghi lunghissimi rispetto alla norma. In 2001 Odissea all’inizio ci sono 3 minuti di buio assoluto con musica sperimentale (filmicamente un’eternità) seguiti da 15’ senza dialoghi. D’accordo, pur ammettendo un riferimento comune per “lungo”, a nessuno verrebbe in mente usare il termine troppo in quei casi: a nessuno che abbia sale in zucca. Quindi torniamo a quanto detto prima, il problema è nella definizione “fumetto” che oggi per i più identifica rigidamente un format, addirittura un genere, che è quanto di peggio potesse accadergli, e non, come dovrebbe essere, una modalità espressiva.
Diverso sarebbe se qualcuno mi dicesse che molto dei miei testi è inutile. Ci rifletterei, se me lo dicesse qualcuno di cui stimassi l’intelligenza, perché i testi dei miei lavori sono l’elemento su cui perdo più tempo a limare ed elaborare, sintetizzare.
Sintesi. Per il termine sintesi vale l’esempio precedente di “albero”: comunemente s’intende sintesi=brevità. Sintesi è un processo non una qualità. La sintesi è il processo per cui si elimina il troppo, non il molto. Un testo sintetico può essere molto lungo, sicuramente non troppo lungo, e ancor più certamente privo di parti inutili. Ovvio che ogni elaborato lungo può essere riassunto in breve, ma non c’è per forza virtù nei sunti, anzi. L’arte non si misura colla rollina. Problemi con la mera quantità possono esistere solo in chi fruisce e quindi, in definitiva, son cazzi di costui: comprasse il reader’s digest.

SA: Spesso ricorri a dialettismi, neologismi, espressioni gergali… ti hanno mai chiesto di “normalizzare” il tuo linguaggio? Se sì, come hai risposto?
M: Ho risposto fattinculo. Quindi mi han detto “ma così non andrai mai in Francia”. Ho risposto e alòr: fet an cul (qualsiasi cosa significhi, ma suonava francese, il che mi bastò).
La Sacralità del Linguaggio Universale s’è trasformata in uno pseudovalore da portinai del tempio del Narrare per cui i contenuti devono essere intatti dalla lingua in cui sono espressi. La scrittura sia veicolo che non partecipi al contenuto! A questo punto perché non adoperare la matematica? Non utilizzare i giochi di parole! Non utilizzare il dialetto! ci intimano costoro. Poi però se il gioco di parole lo si definisce calembour ecco che acquisisce diversa dignità, e allora può andar bene. Che stucchevolezza. Non vorrei fare due palle tanto con la cultura del sud, che anch’essa spesso si scialla della pretestuosa dignità della tradizione dialettale che tutto Nobilita, bah, quindi utilizzerò un esempio nordico: Gilberto Govi. Togliamo Gilberto Govi dalla storia del teatro mondiale e resta un buco della madonna. Traducilo in puro italiano e l’hai bollito. Per non parlare di Eduardo, e rieccoci al sud, azz. Sono due esempi che non hanno nulla di circoscritto e localistico nel cuore, ma solo nella forma. Totò poi... e ho detto tutto.
Fuor di polemica da campanile, c’è voluto il Nobel a Fo, a noi italiani, per certificarci concretamente che la metrica e il logos etnici sono qualità che non inficiano il carattere universale di un opera d’Arte. Buffo è che nella musica questo valore si è stati educati a riconoscerlo facilmente. Nella letteratura meno, la poesia, a esempio, è immune da pregiudiziali linguistiche e grammaticali perché somiglia alla musica. Si dirà che la musica è un linguaggio naturalmente comprensibile a chiunque: non è così, anche per quella occorre apertura, volontà di apprendere e di lasciarsi invadere dal diverso, dall’inaspettato, da codici che ci sono sconosciuti: occorre imparare. In definitiva il tutto si riduce nella predisposizione al viaggio. Per apprezzare alcune cose occorre spostarsi, faticare. Ovviamente c’è chi ama viaggiare, e c’è chi preferisce gli si portino le piramidi in salotto, ridotte in scala e alleggerite per farcele stare comode, per farle star comode in qualsiasi salotto.

SA: Ultimamente sei tornato alla produzione satirica. Quale potenziale pensi che abbia la vignetta satirica?
M: Questo è un discorso molto personale. La satira sugli omuncoli e sugli eventi, sull’attuale, la satira colla minuscola mi sfugge, dopo un po’ mi scogliona, evapora. Adoro invece chi ha fatto e fa Satira colla maiuscola, non sui costumi di un’epoca, ma sulla condizione umana. Sull’Essere umano. E adoro ancor di più chi è riuscito a coniugare entrambi gli aspetti. Petrolini, per dirne uno. Altan per dirne un altro.
Io uso la satira più che produrla. Uso la satira per sfogare la rabbia che mi prende quando ascolto notizie, dichiarazioni, vedo comportamenti, mi giunge input dalla sommità della torre di prigionia umana di cui siamo ognuno mattone. I miei sono graffiti sul muro di una cella. Qualcosa in cui altri prigionieri possono riconoscere la frustrazione che li ha generati, quei graffiti; riconoscere se stessi, non l’aguzzino, sebbene a volte sia rappresentato, ma il carcere fatto di noi, di quei mattoni che siamo noi.
La mia satira non è costruttiva, né documentata, solo espressiva, liberatoria. Riflessiva forse, nel senso di empatica. Sempre cerco di proiettare me stesso nelle figure oggetto della mia rabbia o del mio disgusto, questo innesca dubbio nel giudizio che ne deriva, in me per primo. Magari questa è l’unica qualità che non la rende merda moralista, pretestuosa, ideologica e immune al dubbio come grandissima parte della satira italiana che vedo nel web e fuori.

SA: Penso che tu sia un “distruttore di classe”, nel senso che l’eleganza delle tue tavole si nutre della barbarie dei personaggi rappresentati, colti nella loro brutale naturalezza, senza l’artificiale barriera del bon ton, nudi e succosi come un bon bon ammaccato. Ma soprattutto perché riesci a cancellare d’un tratto le differenze di classe che muovono le tue creature d’inchiostro. Il prete e il precario, l’imprenditore e il camorrista, sembrano liberi dai ruoli sociali ereditati o conquistati o assegnati loro. Sono solo persone che hanno il bisogno di comunicare la propria UMANITÀ. Ecco, direi che tu riesci a rendere umano anche il disumano, senza fare sconti. Hai mai pensato di costruire il personaggio di un supereroe? Come te lo immagini?
M: Bellissima domanda. Ne approfitterò.
Il mio primo vero supereroe è stato Atticus di Harper Lee, che detta così sembra una roba Corno.
Io ci son cresciuto coi supereroi della Corno, non so cosa sia la Marvel, non voglio saperlo. Ultimamente riflettevo sulla notizia di Superman che in un recente episodio della serie rifiuta - o restituisce, non so come funzioni - la cittadinanza americana. Aldilà dell’episodio in sé che poco mi interessa perché non seguo, ho realizzato che Superman non potrà mai diventare Presidente degli Stati Uniti perché è un immigrato. Peggio: è entrato in America da clandestino ed è stato oggetto di adozione fraudolenta. Pensavo che qui oggi si sarebbe fatto galera, per legge: la clandestinità è reato. Poi gli sarebbe stato dato un foglio di via per Kripton. Che sollievo per il Paese che ci sia una legge così!
Il supereroe incarna diverse metafore e allegorie di valori e paure e speranze precorticali, prerazionali: il supereroe è limbico. Il supereroe lo esige il cervello serpente. Il supereroe, di base, non incarna l’ideale di giustizia, ma di vendetta; la giustizia è qualcosa di complesso da cui non sempre consegue la stessa soddisfazione bestiale della vendetta. Poi, ovviamente le storie vengono scritte e lette da uomini razionali, quindi nel tempo l’elemento primordiale si articola, viene raffinato. Gli scrittori si accorgono che il supereroe si nutre di istinto bestiale e le stesse bestie che lo nutrono diventano un pericolo, o perlomeno qualcosa da gestire. Il supereroe evoluto ha il compito di salvare l’umanità da sé stessa e non più da un pericolo alieno, o dalla sublimazione di paure sociali in personaggi ghignanti.
Ecco quindi che si torna all’embrione del mio primo Atticus.
Il supereroe classico risolve, ma non costruisce. Non modifica l’umanità, perché gli risolve i problemi acuti e la lascia identica a sé stessa. Un rimedio sintomatico. Questo è il dramma del supereroe.
Per me, banalmente, il supereroe vero, o il supercattivo vero, è quello che modifica l’umanità con un lavoro metodico e sottile nel tempo. Può essere un maestro elementare o un accorto imprenditore mafioso o un monopolista mediatico.
Sono troppo svezzato per confidare nella tutela dei supereroi d’una volta, quelli della Corno. Devo avere fede in un personaggio per descriverlo. Credo che sarei capace di raccontare solo un supereroe decadente, distante dall’Uomo come insieme. Un supereroe egoista, non cinico, capace di grande amareggiata impotenza verso le moltitudini e di piccoli gesti generosi verso i singoli. Un supereroe empaticamente miope.

SA: “Il vero potere è influenza, non azione”, dice l’abate al capitano nel primo numero di Canemucco. Qualche tempo fa a Palermo si pensava di fondare un partito che si chiama “Militanza statica”. E se fossi tu il leader, quali sarebbero le tue prime mosse?
M: Eh, hai detto cazzi. Credo che un partito, un movimento politico, debba formarsi dall’aggregazione del pulviscolo e dei gas concentrati in una data regione di spazio, così come nascono le stelle. Fondare un partito per innescare un processo inverso, per creare l’ambiente favorevole attorno, è antifisico. Occorre invece risolvere una potenzialità presente. Qualsiasi soggetto politico che voglia aver peso deve interpretare e coagulare in primo nucleo una potenzialità inespressa, ma così gravida da essere giunta al punto di collasso, e intendo questa parola in senso evolutivo. Altrimenti non innesca nulla, si forma una pietruzza e bon, manca materia attorno per accrescerla. Immagino che la rete, il web, offra un’occasione per connettere elementi molto dispersi, spazialmente, ma alla fine se manca materia per far massa critica, nasce qualcosa di sterile, immaturo per il confronto con l’universo politico fatto di oggetti enormi anche se non sempre concreti. In alternativa tocca aspettare e lavorare perché l’ambiente sia favorevole.
La Lega Nord è un esempio di formazione d’una stella. Crescerà sempre di più perché risolve la massa critica del peggio del cuore umano che oggi domina l’etere. È anticristiana, nel senso etico filosofico della parola, e raccoglie l’anticristianità dominante. Se eliminasse la particella “nord” dal proprio nome, particella necessaria all’inizio, ma che oggi le fa da zavorra nell’ascesa al consenso nazionale, sarebbe perfetta per efficacia: LEGA. E a seguire: una stilizzazione estrema del sole delle Alpi da apporre sulle bandiera verde, così che perda riferimenti localistici; idem con Alberto da Giussano: via! Vincerebbe ovunque. Non lo dico con sarcasmo o ironia. Qualsiasi cosa mi capiti sott’occhio mi stimola ragionamenti su come quella cosa potrebbe perfezionare. Infine, dopo un trentennio, la Lega porterebbe alla Germania moderna. Una delle società più civili ed evolute al mondo che deve molto del proprio wellfare e della propria struttura industriale al nazionalsocialismo dalle cui ceneri s’è ricomposta. Non che sia stato cosa buona il nazismo! Attenzione: semplicemente è stato. Come sono stati i dinosauri. Senza i dinosauri non ci saremmo neanche noi.
Militanza statica, mi piacciono entrambe le parole. Una perché presume impegno costante, adesione nel tempo, fede. L’altra perché asseconda la mia pigrizia.
Essere leader, leader vero. Ragionando per gioco sulla tua domanda. Boh, sono troppo egoista convinto. Non credo nell’uomo che chiama a raccolta, ma in quello che semina. Ho una fede marcia nel valore dell’esempio, anche dell’esempio negativo. Non l’esempio eclatante, ma quello silente, visibile sì, di lunga durata. Un leader deve avere una vita esemplare, esemplare di sé, e non essere costretto a rinnegarla e giustificarla o mistificarla giorno per giorno. In questo senso ho una vita abbastanza esemplare di me per come sono visibile oggi, sì. Allora posso essere leader! Solo che il mio primo discorso da leader sarebbe disgregante: che cazzo ci fate qui ad aspettare che qualcuno vi risolva la vita? Andate e cercate di agire per il meglio e inseguite le cose che vi fanno felici e non contenti. Andate, che ho da fare pur’io.
Poi chiederei un crodino. Come Sempre.

SA: Se il tuo primo libro, Le (di)visoni Imperfette, fosse adottato come testo ufficiale del Family-Day, pensi che potrebbe meritare il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri? E in tal caso, chi vorresti che scrivesse la prefazione: Casini, Milingo o chi altri?
M: Questa è una domanda alla Vergassola. eheh
Le divisioni è stato un bell’esperimento, per me, e occasione per descrivere complessità di rapporto che trascendono i ruoli canonici su cui si modella ancora oggi la propria vita di relazione. Così, in questo libricino, moglie, amante, amico, amica, marito, visti da vicino perdono le divise e diventano persone tra cui si aggettano fluidi ponti emotivi e pragmatismi del vivere quotidiano che formano una molecola complessa, come una proteina improbabile che miracolosamente, per volontà e amore e comprensione, tenta di rimanere stabile a dispetto di una dottrina chimica scritta da un’indistinta ma ossessiva necessità normalizzatrice espressa dalla società nel proprio insieme.
Fortunatamente il concetto di famiglia non sta scomparendo ma sta mutando. Si diffonde pian piano l’idea che famiglia non è un modello ma un intento che ognuno accomoda all’unicità delle proprie relazioni.
La prefazione la vorrei di Giovanardi, nulla di meno.

SA: Nelle tue storie, vignette, strisce o fumetti, dimostri di avere una grandissima padronanza sia con la parola che con il disegno. Il valore aggiunto è il movimento che ognuno di questi due elementi dà all’altro, come fosse un film. Qual è la scossa che solitamente ti fa iniziare una storia? Parti dalle immagini o dal testo? E infine, quando finisce una storia?
M: Parto da immagini e situazioni a me esterne da cui traggo stimolo, incluso uno schizzo immotivato che posso aver gettato lì senza un perché, ma con passione. Credo sia così per molti, in diverse discipline. C’è un pittore di fine ‘500 che mi piace molto, un francese, si chiamava Geroges De La Tour. Le sue cose sembrano dei Caravaggio stilizzati, nordici, sorprendentemente moderni per l’epoca. Ho sempre avuto idea che per i suoi quadri avesse in animo di realizzare un singolo preciso particolare, una mano che scherma una candela, un’ombra su un braccio, e poi terminasse tutto il resto a contorno, quasi per dovere di completezza. Ecco, a me da uno stimolo o un pensiero preciso e luminoso, urgente, deriva esigenza d’inserirlo nel quadro d’una storia. Può essere che quel momento capiti a metà, all’inizio, o sia un finale, o addirittura un dettaglio marginale a essa: da lì costruisco a espandere in modo che quel momento s’incastri in un percorso di momenti. Sicuramente la storia non esiste in me in forma di segni finché non mi metto al lavoro. Prima è un film: composta da immagini realistiche e dialoghi e voce narrante. La storia che realizzo, poi, disegnata, è liberamente ispirata a quel film mentale.
Quando finisce una storia? Ci se n’accorge. A un tratto è finita. A un tratto dici: Ora.

 


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Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
All images, photographs and illustrations are copyright of respective authors.
Copyright in Italy and abroad is held by the publisher Edizioni De Dieux or by freelance contributors. Edizioni De Dieux does not necessarily share the views expressed from respective contributors.

Bibliography, links, notes:

Pen: Emilia Calabria, Gianpiero Caldarella.

Links:
http://www.ilpost.it/makkox

http://WWW.MAKKOX.IT
http://www.canemucco.com
http://www.coreingrapho.com
http://www.canemucca.com
http://canemucca.tumblr.com

 
 
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Tratta da Epifanie del giovine assassino, pubblicata su ANIMAIs n°5 e sull’albo autoprodotto Ladolescenza © Makkox
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