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Theatre - Theatre Artists & Authors - Interview | by SuccoAcido in Theatre - Theatre Artists & Authors on 01/01/2002 - Comments (0)
 
 
 
Franco Scaldati

Scaldati e la sua città sono un tutt’uno. Impossibile parlare di uno senza l’altra, una simbiosi, un corpo unico. Un poeta tagliente, incisivo, un attore che va dritto all’essenziale, al cuore della verità. Poche domande semplici per capire il profondo lavoro che egli porta avanti da tantissimi anni con passione e lucidità in uno dei quartieri più difficili di Palermo: l’Albergheria.

 
 

SA: pensavo di parlare solo di arte, di poesia, di creatività, ma mi rendo conto che non è possibile eludere l’argomento politico….
F: si, è importante parlarne, comprendere sempre ciò che ci succede intorno, i guasti di questa città sono enormi, parliamo del settore teatro, non è stato creato nessun dibattito, ancora non capisco, dico solo non capisco, che cosa è venuto fuori dal teatro Garibaldi alla kalsa, da Cecchi, cosa verrà fuori da “Novecento”con Moni Ovadia, è una spesa culturale che va fuori, io mi pongo domande, che significato ha avuto questo lavoro in questi anni, che relazione e che rapporto ha avuto Cecchi con la città e con gli artisti di questa città, e non è un discorso personale, Palermo ha uno dei centri storici più grandi d’Italia, e se ne parla solo ipocritamente. Pina Baush per esempio è stata qui pochissimo, ha avuto un rapporto intensissimo con la città, ha lasciato un segno di un livello artistico straordinario e se n'è andata subito. Cecchi ha fatto un lavoro di routine anche se è un maestro autentico, dal punto di vista teatrale, è stato, devo dire, anni fa quello che mi diede segnali sulla scrittura teatrale.

SA: parliamo di cose belle che si fanno a Palermo.
F: le cose belle sei tu, le cose belle sono i lavori che facciamo al quartiere, le cose straordinarie sono le persone che continuano a lavorare in profondità, che fanno cose notevoli, al di la del tema della memoria o meno, spesso qua gli artisti non esistono, non si sa cosa si fa o non si fa. Nell’ultimo spettacolo che ho fatto, ho citato tre persone che tendono ad essere dimenticate. Ho conosciuto l’arte di Incardona un grande pittore, che succede? dov'è? Ma non dov’è lui, riconoscimenti ecc. ma mi chiedo (ecco dove finiscono le cose belle) la città che rapporto ha con questi artisti veri, profondi, autentici.Un altro grande scrittore Fiore Torrisi morto molti anni fa, considerato uno dei più grandi poeti italiani, straordinario, che ha aperto strade, dov’è, chi ne parla?

SA: forse l’artista disturba la quiete mentale….
F: sì, anche l’ordine delle cose, se vai dentro alle cose e tiri fuori certe verità, allora la gente affiora dal sistema verso valori artistici e culturali straordinari. Questo si stenta a riconoscere, perché ti spiazza e ti scombina, quindi si preferiscono le cose di routine, le grandi vetrine.

SA: vorresti eliminarle?
F: no, ma devono vivere sempre in relazione a questa città, se si sporcano o si rigenerano. quando io avevo il “Piccolo Teatro” non c’era una chiusura verso l’altro, assolutamente, ma si deve entrare in relazione, è inconcepibile che si venga così, con idee precostruite a portare il verbo.

SA: hai parlato di tre persone, chi è la terza?
F: Salvo Licata, un poeta autentico, troppo recente la sua morte per poter parlare. Dovrebbe essere considerato nella nostra quotidianità, nei nostri pensieri come punto di riferimento.

SA: se parliamo di donne, di femminile?
F: faccio una premessa, ho sempre lavorato in stretta collaborazione con le donne, e così nei miei conflitti e nei legami profondissimi, in assoluta grande creatività e in assoluta grande atrocità. Negli ultimi dieci anni ho scritto molto sul femminile, attraversando psicologicamente quest'universo. Ho tentato di entrare fino in fondo in questo universo…c’è una ragazza, Emma Dante, fa cose intelligenti, spero abbia la capacità di attraversare questo mondo duro senza abbagliarsi e rimanere se stessa, è la fase successiva che conta.

SA: vorrei parlare con te della tua gente, del sapore delle cose del tuo quartiere, di come lavori con loro.
F: il sapore delle cose è intanto autentico, vero, le cose sono sempre reali, con tutto quello che c’è di enorme nel reale, è un valore fortissimo, è c’è anche un altro aspetto che è quello del travalicamento, o della crescita, c’è poco da insegnare a loro, nei rapporti col quartiere cerco solo di capire e di prendere cosa c’è, chi sono, quali sono i loro desideri, non vado ad insegnare, è invece un rapporto che si apre, un cammino che si apre, dove ci porterà non so. E’ in mezzo alle difficoltà in ogni modo, nella lingua e nei quartieri che ci sono le gemme, le pietre preziose della storia, della vita, dell’esistenza. Che altro potrei dirti, io non faccio del teatro con intenti di risultati immediati, faccio un teatro che cerca di vivere all’interno di alcune verità e mentalità difficili da capire, finendo alle sensazioni, ai sentimenti, alle percezioni.

SA in veste poetica.
F: assolutamente in veste poetica.

SA: la poetica e il tuo scrivere sono sempre in funzione della rappresentazione?
F: quando scrivo penso sempre alla rappresentazione, non penso a scrittura che deve rimanere sulla pagina, nel momento in cui si rappresenta cambia in relazione e al rapporto alla persona e allo spazio. Poi la nostra lingua è una lingua che scrivo sempre pensando a chi rappresenta questa cosa, artigianale, scrivo sulla persona chiedendomi chi è, e su di lei scrivo, non sul personaggio, è un' indagine.

SA: il dialetto, la lingua per te è essenziale.
F: è il seme che scorre, è la radice che è venuta fuori in 8ooo anni, è una specie di viaggio verso le origini. Quali sono i primi suoni, le prime parole, quante storie hanno dentro, quali processi ha avuto, la prima composizione sarà stata intorno alla magia, la poesia continua ad essere magia. Bisogna elaborare continuamente questa trasformazione all’indietro verso le origini.

SA: una precisazione per chi non ti conosce, il tuo non è teatro popolare nell’accezione comune.
F: sì è ben altra cosa, è in segno diverso, teatro che indaga nelle pieghe e nelle cose nascoste e ha un ascolto straordinario, è popolare nel senso del riconoscimento immediato, nel senso del consenso, lo è per altri versi, popolare mi va benissimo. Poi c’è da dire una cosa su di me, io vengo dal popolo, sono uno del popolo, ho conosciuto quella lingua, sono uno di loro.

SA: sei anche altro.
F: sì anche altro, ma la mia estrazione sociale è quella, lì trovo la mia casa, la mia vita, i miei elementi. Sono anche un attore che fa scrittura, m' interessa incontrare le persone, incontrarle nello spazio del teatro, svelando quel monumento artistico che è l’essere umano, è una fisicità, è questa cosa, il resto non mi interessa. Poi l’importante è l’angolo da dove guardi il mondo, se tu guardi il mondo da via Libertà c’è una luce, se tu lo guardi dal quartiere Albergheria è un'altra luce.

SA: il progetto?
F: è assolutamente centrale nei nostri pensieri, nei nostri interessi culturali e politici, puntiamo sul Teatro Stabile, è difficile concepire quest’idea. Ci lavoro con altre persone da anni con difficoltà. Chiamiamolo laboratorio permanente, ma è una cosa che va sostenuta, è un centro importantissimo per il cuore della città, e speriamo che sia considerato, tutto deve nascere e crescere lì.

SA: cosa lasceresti del teatro tradizionale?
F: ognuno di noi ha un ritmo profondo, bisogna capire quali sono le nostre pulsioni. Certe tecniche sono valide per tutti, e hanno un aspetto importante nell’essere attore, altre bisogna costruirle su se stessi. Le scuole tendono ad un principio ad una idea del teatro, e su quest'idea costruiscono la scuola, questa è una cosa sbagliata. Meglio parlare di laboratori, poiché ognuno deve costruire se stesso, bisogna capire chi si è. Un altro aspetto è la capacità d’essere soli insieme con gli altri, in livelli di comunicazione profondissimi.Questo non è un percorso semplice, è doloroso, impegnativo. Fare teatro equivale ad una disciplina orientale, quindi costruire una fortissima disciplina per difendersi dalle voragini che ci sono e dal caos che c’è dentro te stesso, da cui non puoi sfuggire.

Lasciamoci dunque impossessare dagli spettacoli di questo nostro geniale autore, dalla solitudine delle voci, dagli elementi sinceri, dalla quotidianità non superficiale, quella non riconoscibile nell’immediato, che porta alla luce le ombre e la vita dei quartieri.

 


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Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
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Pen: Sara Mantegna

 
 
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