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Theatre - Theatre Companies - Interview | by SuccoAcido in Theatre - Theatre Companies on 02/05/2001 - Comments (0)
 
 
 
Living Theatre... Judith Malina e Hanon Reznikov

Teatro, vita, esperienze, sono per il Living Theatre indissolubilmente legati. La lotta è continua e incessante contro le riduzioni ad oggetto dell’essere umano. Per Judith e Hanon l’obiettivo è lo spettatore, lo spazio del teatro quindi è dentro la vita di attori e spettatori, in un unico viaggio, in una esperienza autentica. Ho chiacchierato con loro in occasione dello spettacolo “Love and Politics” (mai titolo fu più appropriato), davanti un piatto di verdure alla griglia e venticinque anni di affettuose amicizie.

 
 

SA: Sono curiosa di sapere tutto sul vostro centro e le vostre iniziative in Italia.
H: Abbiamo avuto la fortuna di aprire questo nuovo centro Living, la nostra prima vera sede in Europa da due anni. E’ una favola! Palazzo Spinola è un posto dove quindici del Living possono vivere, uno spazio dove provare, una sala dove recitare. Sta funzionando bene. Abbiamo appena completato il primo grande progetto, basato sulla realtà del paese dove abbiamo la sede: Rocchetta Ligure. Durante la seconda guerra mondiale il paese era una roccaforte della resistenza, ci sono ancora gli ex partigiani che hanno vissuto questa terribile esperienza tra il ’43 e il ’45, ora pensionati. Hanno salvato tante vite, sono pieni di queste memorie e pensano di avere ancora molto da comunicare.

SA: Quindi non vengono solo giovani al centro.
H: No, e poi ci sembrava ovvio che il nostro primo progetto fosse la loro storia, questa dimensione di un impegno sociale così intenso che avevano conosciuto e vissuto, quindi abbiamo lavorato con loro per il primo spettacolo. Alcuni sono storici che hanno pubblicato il resoconto di questa campagna, e con loro e gli abitanti della zona abbiamo creato lo spettacolo, con una dozzina di corpi che vivono questa esperienza. A Novembre lo abbiamo presentato, eravamo anziani, perché erano “loro” che rappresentavamo, ma ha funzionato, erano molto toccati ed emozionati. Quando ci siamo trasferiti a New York abbiamo ricostruito questo spettacolo in inglese e l’abbiamo rappresentato in dieci repliche in mezzo a Times Square, nel centro di Manhattan, è stato un successone, non so perché, forse a New York sono innamorati delle storie italiane.

SA: Ed il vostro metodo livinghiano?
H: Quello che ti ho raccontato è la prima parte del progetto. Stiamo affrontando la seconda parte. Per noi è essenziale la parte di esercitazione-azione attiva del pubblico durante lo spettacolo. Andiamo da un numero di spettatori e diciamo “se volete aiutarci venite con noi”, proprio come durante la guerra si bussava alla porta e si avvertiva la gente. Le persone entrano in azione e cercano di capire come muoversi, diventando parte integrante della difesa del territorio. C’è una terza fase che tratta il tema della resistenza ma si chiede “oggi resistere a che cosa?”.

SA: Quindi comprendere sempre il valore delle cose, lo stato sociale attuale.
H: Sì, ci sono delle cose cui bisogna resistere, identificarle e decidere come agire, e per noi come organizzare lo spettacolo. A luglio ci sarà la riunione del G8 a Genova, vicino casa nostra, pensiamo di inserirci con elementi di questo spettacolo. Per il resto facciamo seminari in varie città.

SA: La vostra sopravvivenza a livello pratico?
H: Siamo ospiti del comune che è proprietario di Palazzo Spinola. Le spese del palazzo sono finanziate dalla provincia di Alessandria, il centro ha avuto il primo riconoscimento dal ministero come centro di promozione culturale con un piccolo finanziamento.

SA: Sento grande emozione e tanta energia per questo centro ligure.
H: E’ meraviglioso avere una sede dopo tanto percorso itinerante, non abbiamo mai avuto tempo per approfondire il materiale che abbiamo, ora c’è questa possibilità. Ma è anche questo rapporto incredibile che mi dà tanta forza: io e Judith stiamo insieme da tantissimi anni, e mi considero fortunato, faccio quello che voglio unito a ciò che mi sembra necessario, come il lavoro sulla sofferenza per la fame nel mondo o la pena di morte.

SA: Nel passato il vostro modo di fare teatro era più “corporeo”. Ora “Love and Politics” abbraccia la parola in senso stretto.
H: Si apprezza qui lo sviluppo dell’uso della parola perché diventa elemento importante del diario di Judith. E anche nel lavoro di gruppo abbiamo lavorato in modo nuovo rispetto alla parola: abbiamo ricreato l’azione della scena (dopo aver discusso sui temi, su come e cosa volevamo dire) e la divulgazione senza parole, abbiamo espresso tutto quello che volevamo esprimere in modo molto affiatato, le parole sono arrivate dopo.

SA: Cosa è per te la poetica?
H: E’ il nesso necessario per arrivare ad una nuova comprensione, è uno strumento per cercare di unire il sentimento al pensiero, è quello che ci manca finora. Flaubert, scrisse “Educazione sentimentale” un romanzo splendido. Se tutti avessero letto il libro, il disastro al comune di Parigi nel ’71 non sarebbe successo. Abbiamo lavorato tanto sulla logica, sulla deduzione, sulla ragione, su tutti questi meccanismi mentali, la sfera del sentimento è stata ignorata. Tutti si sono chiusi al sentimento a prezzo della spontaneità e della naturalezza. Ci vuole un’operazione sui sentimenti diversa da quella praticata fino ad ora.

SA: Judith, i tuoi 75 anni in un nuovo centro con Faust che ti dà una mano, visto che sei sempre una fantastica globe trotter?
J: Mi sento spesso stanca, ma Hanon è più giovane di me e ha dato una grande spinta alla compagnia, poi il gruppo dà forza, energia, coraggio, speranze. Soldi non ne abbiamo, darebbero più energia, perché doversi soffermare sui soldi ci fa sprecare tempo. Ma ripeto, Hanon è il mio segreto. Il suo spirito avventuroso mi sfida a continuare, e i giovani con la loro speranza, con il senso che tutto è possibile perché non hanno vissuto tanti scoraggiamenti come gli anziani. E poi incontrare tante culture, e tante classi sociali (poveri, ricchi, malati, studenti…).

SA: Qual è il punto d’incontro con tutti loro?
J: All’inizio dell’incontro laboratoriale discutiamo su “Cosa è importante per voi?”. Se vogliamo creare una scena, deve essere sul soggetto bruciante e in questa discussione cosa ha valore oggi, cosa pensi sia importante, cosa ti muove?

SA: E da donna alle donne?
J: Credo nel lavoro femminile, noi donne abbiamo già trovato il campo della concordanza, ma il condizionamento degli uomini di essere boss è troppo forte, anche nei migliori. La nostra possibilità creativa è limitata dalla cultura maschile poiché anche quelli che sono d’accordo con noi sono condizionati nella loro personalità. Nella poesia, nella letteratura, nell’arte, nel profondo non sono abituati a credere che siamo uguali. Una donna sola che vuole lavorare in teatro deve rimanere là dove è possibile essere più creative, possibilmente in gruppo poiché, nel grande teatro, la lotta è così difficile che solamente una passione insuperabile può sostenere la scelta.

SA: Cosa dire ai giovani artisti che ambiscono al successo?
H: Il teatro prima di tutto è un’esperienza di gruppo, quindi è anche dimensione rituale, fatto da un insieme di persone che condivide certe visioni e che lavora finché non venga identificata la convergenza di prospettiva che permetta la creazione unica, procedimento difficile poiché egoismi, proiezioni, condizionamenti possono rovinare tutto.

J: Se abbiamo un giovane che ha trovato per il desiderio di successo, noi diciamo: proviamo qualcos’altro, parliamo di cose brucianti. Lui fa l’esperimento con le sue tecniche ed esprime qualcosa di vero da dentro, cerca la sua creatività. Poi diciamo accomoda le condizioni commerciali a te. Ci sono artisti che non perdono i loro spiriti, perché sono grandi e hanno anche grande successo, ma se vuoi tutto questo devi lottare ogni momento dalla pancia, dall’anima. Lottare nel mondo commerciale e rimanere se stessi è difficilissimo, così come abbandonarlo e lavorare solo con l’arte. Io faccio a volte cinema e lo faccio per sostenere la parte “motivata” Se sei motivato vai avanti, se la motivazione è il successo, l’arte morirà. In un mondo di danaro siamo tutti schiavi, senza esso non si può vivere, ma è anche forza distruttiva, il compromesso è diminuire il potere che ha sopra la nostra vita; è una lotta nobile.

SA: Ci sono tanti anniversari per voi, ci regalerete una retrospettiva?
H: Siamo felici: è il cinquantesimo anniversario della prima produzione del Living, il quarantesimo della prima venuta del living in Italia e Judit compie settantacinque anni…si! forse la creeremo per presentarla a Rocchetta, e finalmente apriremo un nuovo spazio a New York.

SA: Dopo tanti anni ecco la vitalità, ecco l’utopia.
H: Diceva Julian: “L’intero atto teatrale è un rituale concepito per rinnovare la nostra vitalità, e ciò si compie con un respiro…”

SA: Il loro amore c’è ancora, fra loro, per il teatro, per la gente, per il mondo. L’utopia di ieri è la realtà di oggi.

 


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Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
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Pen: Sara Mantegna

 
 
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