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Theatre - Theatre Companies - Interview | by SuccoAcido in Theatre - Theatre Companies on 01/01/2001 - Comments (0)
 
 
 
Claudio Collovą

Claudio Collovà, regista teatrale nato a Palermo, autore di numerosi spettacoli, ha debuttato nel 1987. I suoi lavori sono stati prodotti tra gli altri, dal Politecnico di Roma, da Teatridithalia di Milano, dallo Stabile d'Innovazione di Pescara, dal Festival sul Novecento di Palermo e hanno circuitato in festival internazionali di teatro. La sua poetica, principalmente legata alla pittura e alla fisicità dell'attore, si incrocia spesso con la danza e trae origine da fonti di ispirazione non solo teatrali. Tra i suoi lavori più conosciuti, ricordiamo 'Le buttane' di Aurelio Grimaldi, 'Eredi' su Magritte, 'Miraggi Corsari' da Pasolini, 'Fratelli' di Carmelo Samonà, 'Guerrieri sulle Nuvole' tratto dai drammi celtici di Yeats. In ferbbraio condurrà un lavoro per il teatro di Bamako in Mali. E' regista della Cooperativa Teatrale Dioniso di Palermo.

 
 

D. - Ora che ha ricevuto l’incarico di scrivere di teatro su una nuova rivista di prossima pubblicazione a Palermo, e dopo avere accettato con entusiasmo di partecipare all’impresa, come si sente?

R - In alto mare.

D - Come sarebbe?

R - Oggi mi sono svegliato completamente muto. Senza voce. Che sia un segno? Che in teatro ci sia bisogno di silenzio lo dicono un pò tutti, ma è difficile che qualcuno si svegli senza voce.

D - Il teatro parla troppo.

R - E’ chiacchierone. Un frastuono assordante. Oggi si è scoperto che con il teatro si ottengono tante cose, molte di più di un semplice applauso. Non c’è un giorno di vacanza dal teatro, nemmeno in estate o sotto le feste comandate. Io mi chiedo se questo proliferare d’idee non sia la negazione stessa dell’idea, il cui embrione nasce e si sviluppa in solitudine e nel più assoluto silenzio.

D - Eppure anche lei contribuisce al frastuono.

R - Infatti, temo anche me stesso. E’ un limite imbarazzante, ma non so dare una risposta.

D - La risposta è nei suoi lavori?

R - Vorrei dire di si, ma nei miei lavori rispondo a domande ben diverse. Per lo più segrete e che sono sempre le stesse. Comunque è vero che è nel mio lavoro che si trovano le cose più importanti che ho da dire. Credo sia una fortuna per tutti, che all’aprirsi del sipario, non ci possano essere equivoci. Il mondo è lì davanti agli occhi di tutti, o viene percepito e il cuore batte oppure ci si trova davanti al nulla e si muore. Per lo più si muore, ma questo è nel naturale andare delle cose.

D - Ogni tanto comunque nasce qualcosa e si ritorna a vivere.

R – Infatti. Per cento uomini che sparano e uccidono, ce n’è uno che scrive una poesia e c’è un uomo di teatro che ti commuove. La proporzione che faccio non è incoraggiante, e potrebbe essere più cattiva, ma è a quella poesia che per me occorre dare ascolto. Si metta nei panni di quella poesia, sperduta in uno scaffale di libri in una libreria del centro... ce la farà a venire alla luce?

D - In realtà questo è un falso problema. E’ già venuta alla luce quando è stata scritta.

R - Questa è un’affermazione di comodo. E anche pericolosa. ‘E’ nata e che ora viva per i fatti suoi.’ Occorre che un incontro fortuito la tiri fuori di lì, e che occhi vivi la leggano e che succeda qualcosa da quell’incontro. Ma tutto assomiglia alla cerca del Graal. Sa che cosa mi avvilisce di più nel teatro?

D - Cosa?

R - Non uscirne modificato. Non avere vissuto quel tempo come un’esperienza significativa della mia vita, non essere scosso, diverso, non essere in qualche modo ammutolito, non pensare subito a cercare conforto lontano da lì. “Bene, anche questa è fatta”, dice un terrificante verso di Eliot. Ma questa non è la mia parte di spettatore esigente, è la semplice volontà di un uomo che intende vivere anche quando se ne sta seduto. Il piacere che cerco è quello di trovarmi davanti a qualcosa che è il vero in assoluto e non perché assomiglia alla vita. Non descrizioni della vita ma la vita stessa. Per fare questo occorre tempo, tempo per me spettatore che deve essere libero dal frastuono della mente, e tempo per l’artista di cercare senza sosta la vita della sua materia inerte. Insomma l’Alchimista soffiò e il pupazzo si mise a respirare, ma dopo quante formule e tentativi andati a male! Io qui parlo di una lentezza - che non è fisica - che impongo anche ai miei attori, perché tutto, ogni attimo della loro esistenza, sia necessario.

D - Con che risultati?

R - Col risultato che quando vedo affiorare i fantasmi dei loro personaggi non ci viene paura e possiamo convivere con loro! Se per risultato intende l’esito di quanto da me fatto fino a questo punto, le dirò: non provo mai la sensazione di sazietà, penso sempre al contrario che ciò che ho espresso non è esattamente quello che avrei voluto dire e che quindi, per fortuna, c’è ancora tanto lavoro da fare. Ma sono anche stupito della distanza tra il mio pensiero e quello che si materializza poco a poco davanti ai miei occhi. Determinanti sono le persone con cui lavoro, la loro umanità, ecco mi viene difficile dire attori, ma per farla breve sono loro che mi tirano via dalle certezze.

D - Cambiamo argomento. Perché ha scelto la formula dell’intervista per iniziare la collaborazione con SuccoAcido?

R - E’ l’inizio di una proposta che intendo fare ad una rivista che sta per nascere. Allargare il dibattito sotto forma di conversazione non affrettata, senza obbligo di coerenza e che possa procedere di volta in volta. Senza fretta. Verrà il momento, sono sicuro che nella trance da creazione verrà, e io dimenticherò che a farmi le domande sono sempre io, e mi guarderò come si guarda uno sconosciuto, con stupore appunto.

 


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Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
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Pen: Claudio Collovà

 
 
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