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Theatre - Theatre Companies - Interview | by SuccoAcido in Theatre - Theatre Companies on 01/09/2004 - Comments (0)
 
 
 
Nave Argo teatro

Fabio Navarra e Nicoleugenia Prezzavento ci raccontano la loro eroica esperienza: una compagnia di teatro e uno dei più importanti festival di teatro al sud Italia da mantenere in vita nella splendida quanto quieta, aristocratica e nebbiosa Caltagirone. Con i nostri migliori auguri a che prestissimo trovino una nuova sede in cui poter proseguire a regalarci la loro magia...

 
 

SA: Fabio Navarra e Nicoleugenia Prezzavento, introducetevi da soli prego…

NA: Siamo un gruppo di persone ad "assetto variabile" che hanno deciso di costituirsi in un’entità giuridicamente riconosciuta e riconoscibile nell’ormai remoto 1992. Nel corso di questi anni la composizione è mutata (da qui le ragioni — alcune — dell’assetto variabile) ma il nucleo storico del gruppo è rimasto più o meno incrollabile: Fabio Navarra, presidente e responsabile dell’attività organizzativa, e Nicoleugenia Prezzavento, direttore artistico e regista. Altri membri di "lungo corso" del cast artistico sono Ilenia Rigliaco (attrice e scenografa), Giuseppe Mirabella (attore e musicista), Carmela Sanfilippo (attrice) e Marta Pepe (attrice e danzaterapeuta) che, insieme a Peppe Giusto, partecipa anche alle attività pedagogiche e formative di Nave Argo.
Produciamo spettacoli; gestiamo una piccola sala; organizziamo, da più di dieci anni, un festival di teatro contemporaneo che ha un bel pubblico e un’onorevole reputazione, da tre anni una rassegna di teatro per l’infanzia su sette comuni del comprensorio con un bellissimo pubblico "innocente" composto da bambini di scuola materna e elementare.

SA: In che modo amate fare teatro e cosa cercate nel vostro percorso?

NA: Ci siamo rivolti al teatro per una sostanziale esigenza di comunicazione "qui ed ora" e ci è sembrato, anche se all’epoca (essendo noi allora alquanto giovini e poco avvezzi alle cose del mondo e dell’arte…) era poco più di un’intuizione, che quella scenica fosse tra tutte le forme espressive la meno mediata e la più "carnale". Questa ricerca di comunicazione credo ci abbia sempre accompagnati: ciò che tuttora cerchiamo di perseguire è una dimensione di complicità e condivisione con il pubblico. Che non significa acquiescenza o piaggeria ma semplice rifiuto di quell’atteggiamento autoreferenziale e snobistico che molto del cosiddetto "teatro di ricerca" tende ad assumere. Con uno spettacolo si possono dire infinite cose, dalle più disturbanti alle più liriche, dai "fondamentali" dell’esistenza ai massimi sistemi, ma chi sceglie di venire ad assistervi deve potersi fidare di te e capire che sei sincero, non che già in partenza lo guardi dall’alto in basso. Altrimenti si parla solo a sé stessi.

SA: presentandoci i vostri quattro lavori teatrali ci parlereste, se vi va, dell’evoluzione nel vostro modo di fare teatro?

NA: E’ un’evoluzione ancora in corso ma ci sono alcuni elementi costanti. Innanzitutto l’imperativo della comunicatività del quale parlavamo prima. Poi ci sono sintomi evidenti di una consistente fascinazione per la narratività (che non coincide necessariamente con la tendenza contemporanea del teatro di narrazione): due dei nostri spettacoli più recenti sono elaborati da opere letterarie ("Ermyntrude & Esmeralda" dal divertissement epistolare di Lytton Strachey, e "La famosa invasione degli orsi in Sicilia" dal romanzo di Dino Buzzati), il monologo "Fiori di Bogotà" è tratto da un racconto di Claudio Fava e anche il nostro primo spettacolo in assoluto, per quanto acerbo, era una storia raccontata in danza attraverso le poesie della raccolta "Poeta en Nueva York" di Garcia Lorca. Oseremmo anche affermare che per noi questa passione per il racconto prevale sulla dimensione rituale/dionisiaca del teatro: l’unico rito che abbiamo infatti praticato e "propiziato" tramite la nostra pratica teatrale è stato quello di spingere la comunità in cui viviamo a riappropriarsi dei suoi luoghi più significativi attraverso la condivisione di eventi altrettanto significativi, e Teatri in Città si può considerare la manifestazione più visibile e rilevante di questa pratica.
Un’altra cosa a cui non abbiamo mai creduto sono i messaggi "urlati": preferiamo parlare di cose "grandi" dando voce a quelle "piccole". Due esempi tra tutti: "Ermyntrude & Esmeralda" è una commedia che, attraverso lo scambio epistolare tra due adolescenti decise a scoprire tutta la verità sugli occulti legami tra cavoli, cipolle e bambini, fa emergere tutte le assurdità legate alle morali sessuali ipocritamente repressive; "La famosa invasione degli orsi in Sicilia" è una storia che parla ai bambini dell’assurdità delle guerre e dei motivi che le scatenano, e del fatto che spesso dietro i gesti più nobili ci stanno esseri umani (e orsi…) tutt’altro che nobili o perfetti.
E, last but not least, quando affrontiamo un progetto teatrale, per quanto impegnativo esso possa essere, cerchiamo sempre di divertirci.

SA: potreste parlarci della città dove vivete?

NA: Caltagirone è una cittadina quieta e aristocratica. Nebbiosa per almeno cento giorni l’anno. Contraddistinta da un orgoglioso senso di indipendenza culturale da Catania, della cui provincia fa parte. E’ un luogo brulicante di energie intellettuali, giovani e non, che purtroppo rimangono spesso e volentieri sottoutilizzate, anestetizzate quasi da una sorta di indolenza mista a disillusione che è purtroppo altrettanto endemica quanto la nebbia e la ceramica.

SA: da anni organizzate un festival di teatro a Caltagirone, ci parlate un po’ della vostra esperienza vissuta in questo sud Italia con Teatrincittà Festival?

NA: E’ stata e continua ad essere un’esperienza esaltante ed esasperante al tempo stesso. Esaltante per quanto è tangibile la fame di cultura e l’attenzione di un pubblico che nel corso di questi anni è diventato sempre più numeroso, consapevole e competente a tal punto da venirci invidiato da molte delle compagnie nostre ospiti. Esaltante per la consapevolezza che molte delle cose da noi proposte rimarranno nella memoria storica della città e di tanta gente che si è vista letteralmente portare il "teatro" sotto casa, ha accolto gli artisti e, spesso superando non poche diffidenze iniziali, li ha adottati, sfamati e persino lavati.
Esasperante per la battaglia continua contro l’impreparazione e/o le improvvise e fatali sordità degli interlocutori istituzionali, che ci costringono ad operare nella precarietà più totale condannando alla navigazione a vista un’esperienza culturale che ha già dimostrato nel corso di questi anni la sua importanza sia in termini assoluti che relativi al territorio, nonché le sue potenzialità di crescita e ritorno anche in termini di immagine sempre in relazione al territorio ed agli amministratori che avessero l’accortezza di investirvi adeguatamente.

SA: ci raccontereste qualche storia divertente accaduta nelle scorse edizioni del festival?

NA: Beh, tanto per cominciare Teatri in Città ha fornito un contributo rilevante all’incremento demografico nella discendenza dei teatranti italici: Petra e Margherita, giovani virgulti frutto dei lombi di altrettanto giovini e baldi membri di compagnie italiane sono state concepite nel corso di due passate edizioni del festival…
Un altro aneddoto gustoso potrebbe essere il falso duello rusticano da noi inscenato, complici i suoi compagni medesimi, ai danni di un dongiovannesco (e forse anche un filino mitomane…) musicista/attore reo di essersi condotto in maniera non esattamente adamantina verso una fanciulla locale nonché affezionata spettatrice delle nostre rassegne (e che non si dica in giro che non prendiamo a cuore il nostro pubblico…)

SA: avete incontrato tante compagnie in questi anni, vorreste parlarci di qualcuna di loro che vi ha impressionato particolarmente?

NA: Due tra tutti, rispettivamente dalla prima e dall’ultima edizione di Teatri in Città: il Teatro Tascabile di Bergamo per la spettacolarità e la poesia che, nel loro mitico "Albatri", riescono a creare con i mezzi più poveri e le suggestioni ambientali; e Gigio Brunello, un artista straordinario, coltissimo e orgogliosamente fuori dagli schemi.

SA: avete mai pensato di allargare anche alla musica, alla scrittura o all’arte visiva le programmazioni del vostro festival? Cambierà qualcosa in futuro?

NA: Sì a tutte le domande, con un’unica variabile per l’ultima: il budget e la conseguente possibilità di strutturare con un decente anticipo un programma organico.
E comunque già in diverse tra le passate edizioni del festival abbiamo incluso alcuni concerti (tra cui quelli di Alfio Antico e del gruppo di musica popolare di Ascanio Celestini) con forte vocazione alla teatralità.

SA: progetti futuri?

NA: Conquistarci una sede più adeguata alle nostre attuali e future esigenze: nonostante siamo affezionati al Teatro Brancati (il cui contratto di locazione ci scadrà peraltro il primo gennaio del 2005), nelle condizioni cui è adesso comincia a risultarci un po’ sacrificante.
Riuscire a dare ancor maggiore visibilità, consistenza e continuità al nostro festival
E poi due nuove produzioni, di cui una di teatro ragazzi, per la stagione ventura.

SA: Se volete potete parlare di come vedete oggi la scena teatrale italiana… non avete limiti qui e potete anche suggerire, lanciare qualsiasi cosa vi piaccia

NA: Sulla scena italiana contemporanea e sulla situazione del teatro nel nostro paese si potrebbero versare (e tanti se ne sono già versati) fiumi di inchiostro. Per cui forse in questa sede magari risultano più efficaci gli aggettivi in libertà. E’ varia, complessa e contraddittoria; spesso tende agli estremi, sia in positivo che in negativo.

SA: Mille grazie Nave Argo... è un piacere sapervi qui vicini.

 


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Reg. Court of Palermo (Italy) n°21, 19.10.2001
All images, photographs and illustrations are copyright of respective authors.
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pen: Marc De Dieux

 
 
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